Quando compro un libro, la prima cosa che faccio è andare a leggere l’ultima riga. Tra i siti preferiti ne ho uno che svela i finali dei film. Anche quando faccio zapping su Sky, se vedo che alla fine di un film mancano dieci, quindici minuti, è facile che appoggi il telecomando e mi metta a guardarlo. Nonostante non abbia la più pallida idea di chi siano quei figuri che si muovono, combattono, piangono sullo schermo, io mi fermo lì e mi godo il climax. Sono implacabile.
Ho un problema, lo so bene, e magari fosse l’unico. Sono governato dall’impazienza, che talvolta (non sempre, tengo a precisarlo) mi porta a violentare l’impegno di tanti artisti, che per dar vita a una storia da raccontare hanno impiegato mesi. Finché non arrivo io e rovino tutto, come uno che davanti a una torta nuziale a tre piani si mangia solo la testa dello sposo e poi se ne va. Ma al pasticciere non ci pensi, bestia che non sei altro?
Dimmi come va a finire
Purtroppo (o per fortuna?) questa fissazione, questa dipendenza, me la posso permettere solo con i film e con i libri, opere di fantasia con un inizio e una fine decise da chi le ha partorite. Il resto, la maledetta vita reale, sono costretto a viverla. Ergo, sono costretto ad aspettare, sempre, quando invece un sacco di volte vorrei poter spingere fast forward e arrivare subito al dunque: il momento in cui capisco se ce la si sia fatta oppure no (esiste un film che racconta una storia simile: si chiama Click e non l’ho mai visto, ma so che finisce bene).
Oggi, ad esempio, vorrei tanto poter correre avanti fino al pomeriggio di giovedì dodici giugno. Farà caldo, immagino, e a Casteldebole ancora di più, ma altro non posso aggiungere. Perché i diciassette giorni che mi separano dall’ora X dovrò sorbirmeli tutti, tra voci, sussurri, soffiate, previsioni, indiscrezioni e baggianate. Sarà un’agonia, la seconda di questa stagione 2013/14 che di momenti rilassanti (e piacevoli) non ne ha regalati. Certo sarà molto più breve rispetto a quei nove mesi di nulla sportivo che hanno scandito il campionato del peggior Bologna degli ultimi trent’anni, tuttavia il peso specifico di questi diciassette giorni è infinitamente superiore a quello dei duecentosettanta di Serie A: ed è meglio che ce ne rendiamo conto in fretta.
Perché pare ormai sempre più chiaro che si tratti di una battaglia per la sopravvivenza, non di un semplice cambio di proprietà per manifesta incapacità di gestione della dirigenza attuale. Si pensava che almeno un anno di B la proprietà di Guaraldi e nanetti fosse in grado di poterselo permettere, e invece sembra proprio che le cose non stiano così, e che la situazione sia ancora peggiore di quella che immaginavamo. O Zanetti o morte, in pratica, e quindi ditemi voi se la mia smania di sapere come diavolo andrà a finire non sia giustificata. Perché stiamo parlando del Bologna, del nostro Bologna, e vederlo sparire per la seconda volta in vent’anni sarebbe uno strazio indicibile. Diciassette giorni, quindi, e scopriremo se staremo guardando in faccia i carnefici o l'uomo della provvidenza.
Ora però devo pensare ad altro, è domenica sera e voglio sgombrare la mente. Devo trovare il film giusto. Pensavo a Titanic, che ne dite? Magari stavolta la barca non affonda.
© RIPRODUZIONE RISERVATA