Alle radici della crisi calcistica italiana

Alle radici della crisi calcistica italiana

Analisi delle difficoltà del movimento calcistico italiano degli ultimi anni
di Tommaso Ferrarello

di Redazione TuttoBolognaWeb, @TuttoBolognaWeb

In attesa della delicatissima sfida di domani sera a San Siro, che deciderà le sorti della nostra Nazionale in vista del Mondiale di Russia, andiamo ad analizzare quali sono le difficoltà che ormai affliggono il calcio italiano da svariati anni a questa parte.

TROPPI STRANIERI – Siamo il Paese che, negli ultimi tempi, calcisticamente parlando, sta arretrando particolarmente e la classifica del ranking Uefa ne è la prova: 15esimo posto, lontano dalle grandi, e addirittura alle spalle di modeste Nazionali quali Svizzera, Perù, Cile e Galles. In Serie A circa il 60% dei calciatori è straniero, e le principali squadre di vertice non è raro che giochino con undici elementi esteri. Molti di questi si dimostrano giocatori di poca qualità e poco utilizzati dalle rispettive squadre nell’arco del campionato. Vengono acquistati principalmente per il loro costo accessibile. Di conseguenza si toglie tanto spazio ai giovani italiani dei nostri settori giovanili, che si trovano ‘bloccati’ e costretti a scendere di categoria (Serie B, Lega Pro o Serie D) per trovare la possibilità di giocare con continuità. Dopo la batosta del Mondiale 2010 si era deciso che ogni squadra potesse contare in rosa 1 solo extracomunitario, ovvero un giocatore che non possiede la cittadinanza di un paese facente parte l’Unione Europea, ma dopo un breve periodo venne subito alzato a 2 il numero massimo di slot per gli extracomunitari, togliendo ulteriormente posto ai nostri giovani. Con la “Riforma Tavecchio” si sta provando a migliorare la situazione, infatti essa prevede che ogni squadra debba presentare una lista di 25 giocatori, di cui 4 prodotti dal vivaio di una società italiana e altri 4 lanciati dal proprio settore giovanile, portando il numero degli italiani ad un minimo di 8.

SETTORI GIOVANILI IN DIFFICOLTA’ – La Serie A, subito dopo la Turchia, è il secondo campionato peggiore per utilizzo dei giovani formati nei settori giovanili. Secondo i dati statistici nella top 20 dei settori giovanili di tutta Europa non troviamo nessuna squadra italiana. In Italia si vuole sempre vincere, gli allenatori sono spesso sottopagati e vogliono fare carriera con i risultati. Così nessuno pensa alla crescita dei giocatori. In Italia, inoltre, nessuno è obbligato a destinare parte del fatturato al settore giovanile, cosa che all’estero accade. Bisognerebbe introdurre l’obbligo di investire parte del fatturato nelle giovanili. Un altro dato preoccupante riguarda i giocatori che hanno fatto tutta la trafila del settore giovanile nel proprio club d’appartenenza fino ad esordire in prima squadra: sono solo il 9,7%. In Olanda le Nazionali Under giocano sempre col 4-3-3, pure in Belgio e Svizzera la Federazione ha imposto ai club alcuni principi che vengono poi applicati in tutto il paese, aiutando la crescita dei migliori talenti. La Nazionale così migliora e si sviluppa perché i giocatori parlano un linguaggio comune. Nel nostro campionato, invece, i club sviluppano progetti autonomi e i tecnici ‘azzurri’ invece che allenare come se avessero una prima squadra, dovrebbero imporre esercitazioni e principi prestabiliti decisi dai club.

GERMANIA COME PARADISO CALCISTICO – La Germania è il migliore esempio da prendere per quel che riguarda la crescita e lo sviluppo dei giovani. Sono stati costruiti centri federali per i ragazzini, prendendo ispirazione da quelli francesi, investendo ben 800 milioni di euro sui vivai, per salvare il movimento calcistico, con obbligo di un numero minimo di giocatori tedeschi nelle giovanili di ogni club. Le squadre della prima e seconda divisione devono avere una propria “cantera” che risponda a precisi requisiti tecnici, tra cui tre campi regolamentari. Vengono anche inviati commissari a controllare se i centri giovanili delle squadre rispettino regole e standard, con punizioni e così via. Le squadre devono spedire i giocatori più promettenti a un paio di allenamenti supplementari a settimana in centri, definiti “di sviluppo talenti”, sotto la supervisione di un totale di 1.300 allenatori. Da qui ci sono altri 29 coordinatori che fungono da contatto tra questi 1.300 allenatori e le squadre professionistiche. I centri servono anche per definire le rappresentative regionali, da cui si scelgono le nazionali giovanili. Ogni anno transitano per i centri qualcosa come 600 mila ragazzini, per un budget attorno ai 25 milioni di euro. I dati di questi ultimi anni vanno a confermare la straordinaria organizzazione dei tedeschi: la Nazionale maggiore ha vinto il Mondiale nel 2014 (con un età media di 25,8 anni!), è arrivata seconda nell’Europeo 2016 e ha vinto la Confederations Cup 2017, mentre l’Under 21 dopo essere arrivata seconda nell’Europeo 2015, ha stravinto quello di Giugno 2017. Niente male.

“Chi gira per l’Europa si accorge subito, Belgio, Olanda e Svizzera considerano l’Italia, dal punto di vista calcistico, come il terzo mondo.” (le parole del direttore di un settore giovanile italiano)

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