Bologna, 18 anni d’amore. Ma perchè?

Bologna, 18 anni d’amore. Ma perchè?

Il tifo è un sentimento particolare, diverso da tutti gli altri. In fondo è un pò come l’Amore, è fatto di momenti alti e momenti bassi, di gioie e di dolori. Ma è anche qualcosa del quale non ci si pente mai. E io, fin da bambino, mi sono innamorato del Bologna.

L’ approccio è stato problematico, fin da subito. I primi ricordi che ho sono legati all’anno 1996. Non ricordo il gol di Bresciani al Chievo, né la sua corsa verso la panchina. Ricordo solo la festa di quella sera, quando vedevo gente impazzita di gioia in giro per la città. E non facevo che piangere e supplicare i miei genitori di tornare a casa, avevo paura di quella confusione. Solo col senno di poi avrei capito che per Bologna, per il Bologna, un momento così equivale a vincere uno scudetto: era l’anno 2008; dopo Bologna- Pisa che significava serie A, in piazza, c’ero anche io.

Ma torniamo al passato: a sette anni Cupido decise di cominciare a scagliarsi su di me. E la freccia che lanciò aveva un nome ed un cognome: Roberto Baggio. Fu lui, con le sue pubblicità della Granarolo e le sue magie in campo a scatenare l’amore pieno verso i colori rossoblù. Ormai il danno era fatto, e non si poteva più tornare indietro.

Poi Lui se ne andò, e ne arrivò un altro che così male, dopotutto, non era. “Prendi il palo, la traversa, Beppe Gol, Beppe Gol..”. Io guardavo i miei compagni delle elementari, che tifavano Juve e Milan, ma non capivo. Cavolo, il rossoblù era così bello, anche quando si perdeva. Era bello tifare una squadra che quell’anno ci aveva fatto sognare, andando ad un soffio dalla finale di Coppa Uefa. Chissà cosa sarebbe successo se il rigore di Blanc fosse uscito, magari avremmo vinto davvero la Coppa, magari il futuro sarebbe stato diverso.

Ma invece quel maledetto rigore entrò, e gli anni successivi passarono nell’anonimato: i vari Ventola e Ze Elias che non incantarono di certo il pubblico del Dall’Ara. Ma con il nuovo millennio, ci fu la magica stagione dei 52 punti. Prima di Brescia immaginavo il Real Madrid o lo United giocare in via Andrea Costa; ma 90 minuti dopo, la realtà sarebbe stata quella di vedere, a metà agosto, un Bologna-Fulham, che per ora rimane la mia unica gara Internazionale vista dei rossoblù.

Con le stagioni che avanzavano, l’amore per il Bologna non se ne andava, vedendo giocare gente come Pagliuca e Nervo, Paramatti e Locatelli. Non era mai scalfito da un una squadra che giocava “da Bologna”: partite esaltanti e partite indegne, salvezze conquistata a due, tre giornate dalla fine. Ambizione? Pensieri d’ Europa? Parole sparite dopo l’anno dei 52.

Ma così, a forza di rischiare, va a finire che si paga dazio. E così arrivarono gli anni della serie B. Due anni di assoluto nulla, prima del terzo, vissuto con la paura di non farcela, quando si era “obbligati” a tornare in A. Ma grazie a Dio, il conte Max riscatenò quella “festa-scudetto” che tanto si era sognata.

Il resto è storia recente, storia di una Bologna che piange l’addio di Marco Di Vaio e dopo due settimane si sente di essere importante in Europa quando Diamanti tira il rigore all’Inghilterra.

Bello essere bolognesi, sono emozioni. Poche, ma pur sempre emozioni. Perché nonostante io uno scudetto non lo abbia mai visto vincere, né sia mai andato in Champions, sono orgoglioso della mia squadra. Motivi validi? Non ce ne sono: è così e basta. Follia? Pazzia? Questo è l’amore. Che ti porta a vedere le cose più belle, anche quando non lo sono.

Ed è questa la colpa più grande di noi tifosi: essere innamorati di una squadra che chissà quando tornerà a darci soddisfazioni. Ma a noi va bene così, e comunque andranno le cose, ci saremo sempre.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy