Donadoni e l’America, vent’anni dopo con Saputo si chiude il cerchio

Donadoni e l’America, vent’anni dopo con Saputo si chiude il cerchio

La storia di Donadoni, il suo passaggio nella “Grande Mela” e il suo ritorno al Milan.
Dopo vent’anni da quell’esperienza nuovamente il nuovo tecnico rossoblù riscopre l’America ma questa volta in Italia.

Era il 1996 quando Donadoni decise di concludere la sua carriera in rossonero per volare oltreoceano e sposare la nuova scommessa americana. Le sue cavalcate in quel di San Siro e con la maglia Azzurra cessarono quando decise di prendere l’areo direzione New York, all’età di 33 anni.

Nella grande mela, gioca per il New Jersey e passa dagli 80mila spettatori di San Siro, agli scarsi 20mila del Giants Stadium. Il campionato della MLS sta nascendo, o per meglio dire sta prendendo nuova vita; grazie ai Mondiali ospitati dagli USA due anni prima le persone si stanno pian piano avvicinando a questo sport.
Quindi le società cercano le “star” da mettere in vetrina per richiamare sempre più gente allo stadio: Valderrama, Tampa Bay, il messicano Jorge Campos, Walter Zenga e Nanu Galderisi nel novero degli italiani; comunque giocatori alla fine della loro carriera.
In questi anni si cerca quindi in tutti i modi di rendere appetibile questo sport, si cerca in tutti i modi lo spettacolo, gli spettatori paganti devono vedere velocità, azioni e soprattutto goal; questo sport deve avvicinarsi sempre più al loro Football.
Di conseguenza porte più larghe, regola del fuorigioco da applicare arbitrariamente (se l’azione porta ad un goal bello, lasciamo continuare), rimesse laterali che si battono sia con le mani che coi piedi, il cronometro che parte dal 90° minuto e va a ritroso, la fine della partita sancita da una sirena e non dal fischietto e l’introduzione degli “shootout”: uno contro uno, giocatore e portiere a 35 yard di distanza; bisogna segnare in una decina di secondi (visti qualche volta in Italia nei vari trofei Berlusconi o TIM).

Si ritrova in una squadra discreta, ritrova l’ex Juventino Nicola Caricola, ci sono due nazionali USA, Tony Meola e Tab Ramos, come capocannoniere si sono assicurati il venezuelano Giovanni Savarese (di origini italiane). In panchina due nomi noti, Eddie Firmani e Carlos Queiroz (attuale ct dell’Iran e ai tempi del Portogallo).
Con questa ossatura si piazzano terzi nella “Estearn Conference”. Donadoni in campo fa quello che sa fare meglio, inizia a dettare i tempi, concepisce traiettorie per gli assist e disegna geometrie per la squadra.

Nel gennaio del ’97 dopo neanche sedici mesi americani torna nel suo Milan; viene richiamato da Galliani perché la squadra, palesemente a fine ciclo, ha bisogno di un uomo spogliatoio, è l’uomo giusto individuato da Capello per questo compito.
Fa qualche apparizione in quel campionato, prima di accomodarsi nel mondo degli Emirati Arabi chiudendo lì la sua carriera.

L’avventura americana però gli lascia un profondo segno, forse lo responsabilizza più di quanto non lo avesse fatto giocare per il Milan; qui è il faro, senza di lui la squadra muore, inizia infatti a ragionare da allenatore, pensa ad un “noi” complessivo.
Vent’anni dopo ecco che un Nordamericano, l’italo-canadese Joey Saputo, gli dà nuovamente la possibilità di allenare, il cerchio dopo vent’anni si chiude, Donadoni riscopre l’America ma in Italia.

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