Gazzoni: “Solo un gruppo come Unipol potrebbe far sognare Bologna”

Gazzoni: “Solo un gruppo come Unipol potrebbe far sognare Bologna”

di Federico Massari

Meno di 48 ore fa la Juventus ha vinto il suo 29esimo scudetto. Come abbiamo potuto notare dalle magliette celebrative indossate dagli uomini di Antonio Conte, in casa bianconera ne rivendicano 31. Cosa ne pensa? 

“Ognuno è libero di scrivere quello che gli pare sulle proprie magliette e sulle proprie bandiere: per quanto mi riguarda avrebbero potuto scrivere 33 che non mi sarebbe cambiata la vita. Si tratta della solita questione che il calcio italiano si trascinerà dietro per sempre.  L’Inter, anche se all’epoca era una squadra fortissima, per un equilibrio globale non fece bene ad accaparrarsi il titolo del 2006.  L’allora Commissario Straordinario Guido Rossi, persona integerrima, assegnò ai nerazzurri quello scudetto. Non dimentichiamo che Rossi è stato nel consiglio d’amministrazione dell’Inter. Insomma, ci sarebbero tante di quelle discussioni da dover affrontare, da non venirne più fuori. Quello che è veramente grave è che il calcio italiano non va più avanti in Europa”

Ritiene che Fiorentina, Lazio, Juventus e Milan abbiano davvero pagato le proprie colpe?

“C’è un processo ancora in corso. A parte Antonio Giraudo che ha usato il rito dell’abbreviato, il 28 maggio si andrà in appello. Dopodichè, conoscendo anche i tempi della giustizia in Italia, staremo a vedere quello che accadrà. Per quanto riguarda la giustizia sportiva, le squadre coinvolte nella vicenda Calciopoli hanno pagato i loro sbagli”

Negli anni di Calciopoli la Juventus puntava al controllo anche del mercato dei calciatori: il suo Bologna ha mai ricevuto torti da questo punto di vista?

“Direttamente non abbiamo mai ricevuto torti. Mi ricordo che Oreste Cinquini telefonava a Luciano Moggi ogni cinque minuti. Se non c’era il benestare di Luciano gli affari non andavano in porto. Il figlio di Moggi insistette per accaparrarsi la procura di Meghni, ma non la ottenne. Calciatori e arbitri erano sotto il controllo della famiglia Moggi”

A Bologna in questi anni abbiamo assistito a casi assurdi come quelli dei vari Tacopina, Taci e Porcedda. Perché sotto le Due Torri è così difficile fare calcio?

“Innanzitutto a Bologna esiste un bombardamento mediatico che non aiuta a coltivare una pianticella e poi farla crescere. Quattro, cinque giornali sono troppi. A Udine, ad esempio ne hanno uno. Inoltre, l’imprenditoria locale non ha intenzione di spendere certe cifre per far fare il salto di qualità alla squadra. Per vincere in Italia, ora come ora, ci vogliono più o meno 200 milioni di euro. L’unico gruppo che potrebbe pagare queste cifre con gli spiccioli della cassa è il gruppo Unipol. Peccato che in questo momento Unipol abbia altre gatte da pelare come l’acquisizione di FonSai. Ci tengo a sottolineare che a Firenze i signori Della Valle hanno investito oltre 200 milioni di euro”

Cosa ne pensa dell’attuale modello tedesco?

“In Germania possiedono stadi all’avanguardia che creano introito alle società. Non voglio entrare nel lamento dei miei ex colleghi, ma lo stadio di proprietà significa molto se viene utilizzato bene. Inoltre in Germania hanno una grandissima disciplina sul falso. In Italia fuori dagli stadi, Bologna compresa, le bancarelle vendono prodotti falsi. In Italia non esiste la legge sui falsi. In questo modo si tolgono dalle casse delle società di calcio cinque/dieci milioni di euro che fanno la differenza. Il marchio del Bologna non può essere utilizzato senza nessun tornaconto per il Bologna. In Inghilterra vendono le repliche, ossia prodotti meno costosi che riportano però i colori sociali delle società”

Oggi come oggi si riesce a fare calcio solo nelle grandi metropoli?

“Solo nelle grandi città si riesce a fare calcio. Nei grandi centri girano molti più soldi, ci sono più abbonati. Londra possiede sei squadre, Madrid tre, Barcellona due e via dicendo. In Italia sta tornando alla ribalta la città di Napoli, grazie al lavoro di De Laurentis. Palermo, ad esempio, che sembrava una miniera d’oro, si sta ridimensionando parecchio”

Assisteremo mai all’ingresso di un grande magnate straniero a Bologna?

“Non credo. E perché mai dovrebbe? Ribadisco, l’unica attività imprenditoriale forte sotto le Due Torri è il gruppo Unipol. Gruppo che come abbiamo visto costruisce grattacieli spettacolari e costosissimi, e che, in teoria, dovrebbe prendere la squadra per mano, ma non lo fa. Perché? Perché ci sono altre priorità”

Qual è la sua opinione sul progetto del nuovo centro tecnico che sorgerà a Granarolo?

“Non mi pare una brutta idea. Se si vuol costruire seriamente una cantera bolognese mi sembra la strada giusta. Anche Casteldebole nacque in questo modo dai signori Marchesini. Io poi lo trasformai in uffici. Ma gli uffici del Bologna erano in via della Zecca, mentre Casteldebole era la vera cantera del Bologna dove vennero fuori campioni come Bulgarelli”

Ha mai rimpianto qualche calciatore che avrebbe potuto portare a Bologna durante i suoi anni da Presidente?

“Rimpianti nessuno. Anzi, avrei forse dovuto vendere qualcuno. Ad esempio, Binotto, con tutto il bene che gli voglio anche perché è un ottimo giocatore di golf, qualcuno mi venne a dire che era il nuovo David Beckham e così lo tenemmo. La Lazio ci offrì undici milioni di euro. Forse sarebbe stato meglio darglielo…”

Esiste un calciatore da quando lei non è più Presidente del Bologna che l’ha emozionata?

“Di Vaio sicuramente: bravo e dedito alla causa Bologna. Fino a ieri a pranzo avrei detto pure Taider. Contro la Lazio ha perso due palle a centrocampo e abbiamo preso due gol….”

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