Faccia a faccia con….ENRICO BRIZZI

Faccia a faccia con….ENRICO BRIZZI

In esclusiva a TuttoBolognaWeb Enrico Brizzi che ci parla anche del suo nuovo libro “Il pane quotidiano” edito da “Mondadori Electa”.

Prossimamente uscirà il suo nuovo libro “Il pane quotidiano”, collegandolo all’attuale situazione del Bologna, le vittorie potrebbero essere il pane quotidiano di questa squadra?

“Le vittorie no, ma la media punti più alta anche grazie a qualche episodio a favore. Per episodio intento quelli di gioco perchè seguendo il Bologna da molti anni ovviamente di quelli arbitrali preferisco non parlarne, ho una certa rassegnazione”.

Nel suo libro parla della globalizzazione culinaria che Bologna ha subito negli anni ’70. Secondo lei  anche il calcio ha subito tale processo?

“Sicuramente. Io ho iniziato a seguire il calcio con la prima raccolta di figurine del ’78-’79 era l’ultimo anno che giocava Rivera, C’era una sezione che si chiamava “Hanno appeso le scarpette al chiodo” e c’era un certo Pelè, mi sembra di parlare del Medioevo. La cosa da sottolineare è che non c’erano giocatori stranieri nelle squadre italiane, il campionato è stato riaperto agli stranieri qualche anno dopo. Il calcio ha cambiato letteralmente volto. Io conoscevo il calcio delle magliette con i cordoncini per chiudere il colletto, dove era più comune le cosiddette bandiere. Qui a Bologna abbiamo sperato tanto nella generazione dei Cipriani e Gamberini che potessero essere quella dei Bolognesi che giocano nel Bologna, il primo è stato sfortunato dal punto di vista fisico e Gamberini ha fatto il grosso della carriera a Firenze. Nessuno vuole fare l’Athletic Bilbao con giocatori solo del luogo ma neanche il contrario”.

Ho letto tempo fa che dopo Calciopoli e l’introduzione delle nuove misure di sicurezza hai smesso di andare allo stadio. È ancora così?

“L’anno in cui ho smesso di andare allo stadio, il 2006, ho smesso per una serie di motivi convergenti. Uno è stato che io e la mia compagna nel giro di un anno e mezzo abbiamo avuto tre figlie e i week-end sono cambiati, diventava un pò assurdo andare in trasferta a Reggio Calabria in giornata. E poi in quell’anno hanno incominciato a burocratizzare un pò troppo per i miei gusti il fatto di andare a vedere la partita”.

Quanto ti pesa non poter vivere in curva domeniche come quella appena passata?

“Il primo pensiero è per quelli che ci sono, sia in curva che in tribuna. Non è che dal 2006 non abbia più visto una partita dal vivo del Bologna, mi è capitato di portare mia figlia a vedere l’amichevole contro i Montreal Impact per il ritorno di Di Vaio, suo idolo personale.Lo stadio è il monumento del mio quartiere, sono cresciuto in zona, sentivamo la formazione dagli altoparlanti e non c’era bisogno di ascoltare la radio per capire chi avesse fatto gol”.

C’è un giocatore del Bologna attuale che ti ricorda, per caratteristiche, movenze, estro, un giocatore del Bologna di quand’eri ragazzo?

“Negli ultimi anni il calcio è cambiato molto, stando al gioco posso dire che Diego Perez mi ricorda Klas Ingesson. Di sicuro sulla fascia sinistra non c’è nessuno paragonabile al buon Paramatti e delle sue sgroppate”.

In questo calcio in piena crisi economica, il tifoso bolognese deve essere contento che la sua squadra grazie alle cessioni è ancora viva o deve arrabbiarsi per i mancati acquisti e quindi disputare campionati meno tranquilli?

“Il tifoso bolognese abbia una precisa tacca sulle sue aspettative, ed è quella che un Bologna che lotta fra la prima e la seconda colonna della classifica è un Bologna accettabile, ma un Bologna che lotta sempre e solo per la salvezzo non lo è. Una città abituata storicamente a vedere di meglio non gli può bastare”.

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