Salvatori (ex DS Bologna – a Tempi Supplementari): “La grande squadra te la possono fare solo gli investimenti sui giocatori importanti. Bologna è sempre stata pronta al grande passo.

Salvatori (ex DS Bologna – a Tempi Supplementari): “La grande squadra te la possono fare solo gli investimenti sui giocatori importanti. Bologna è sempre stata pronta al grande passo.

Fabrizio Salvatori, ex Direttore sportivo del Bologna, è intervenuto ieri sera a Tempi Supplementari, in onda sul circuito Radio International – Radio Nettuno e condotta da Ugo Mencherini e Vittorio Longo Vaschetto con la collaborazione di Ugo Bentivogli. Di seguito l’intervista.

Il Bologna è reduce dal prezioso pareggio con la Fiorentina, confermando tra l’altro di non avere timori reverenziali nei confronti delle squadre che gravitano ai primi posti della classifica, con le quali gioca spesso e volentieri alla pari. Come valuta l’attuale momento dei rossoblù?

“Ho avuto modo di vedere qualche gara della squadra di Donadoni, e devo dire che gioca davvero molto bene. Giocano spensierati, anche perché la classifica può solo dare delle soddisfazioni maggiori. E’ una buona squadra, che può ambire a qualche posizione, anche superiore”.

 

E’ innegabile che la svolta sia arrivata con Donadoni. Può, un tecnico, cambiare così tanto le cose?

“Quando le cose non vanno bene, l’unica motivazione che puoi dare in certi momenti è quella di un cambio di allenatore. E’ chiaro che la squadra è stata assemblata strada facendo e forse Rossi non ha avuto il tempo giusto per esprimere le sue idee e il suo gioco. E’ altrettanto chiaro che con Donadoni i giocatori probabilmente si sono responsabilizzati di più. Gli uomini ci sono, la qualità c’è, e secondo me possono davvero fare bene e togliersi delle soddisfazioni: mi riferisco a tutti, tecnici, giocatori e tifosi”.

 

La crescita maggiore è certamente quella di Diawara. Lo conosceva, e si aspettava che sarebbe cresciuto così tanto?

“Lo conoscevo, perché lo scorso anno ero andato a vedere diverse volte le partite del San Marino. Che facesse così bene non me l’aspettavo, anche perché è molto giovane. Quando fai questi investimenti devi anche trovare l’allenatore giusto che te li valorizzi: non puoi lasciarlo fuori alla prima partita sbagliata. In un contesto di una buona squadra un giovane fa sempre bella figura, mentre se la squadra è in difficoltà inevitabilmente fa più fatica. Corvino ha investito moltissimo in questi giocatori e credo che non solo quest’anno ma anche il prossimo questa squadra gli darà grosse soddisfazioni: a lui, e a chi gli ha permesso di prendere giocatori di valore. Qualcuno lo avrà preso anche a parametro zero, ma i giocatori buoni sono costati. Qualcuno puoi sbagliarlo, ma poi rimedi con giocatori come Diawara che ti permettono di pianificare i bilanci”.

 

Ultimamente il Bologna ha aperto un occhio sempre più attento anche sulle serie minori, a partire dalle giovanili. C’è la sensazione che anche la rete di scouting abbia fatto un salto di qualità rispetto al passato?

“Il Bologna fa bene a fare quello che sta facendo, ovvero tenere rapporti con società di campionati inferiori dove fare investimenti e magari mandare a giocare i propri giovani: è giusto che sia così. Il mondo del calcio è sempre stato uguale, i giocatori validi hanno sempre giocato, ma è chiaro che devi investire nelle piazze dove ti consentono di fare certi investimenti. Se vai a investire in piazze importanti rischi che i giovani non te li valorizzino, anche perché la tifoseria pretende campionati di vertice e importanti. Già qualche anno fa si parlava delle seconde squadre per valorizzare i propri giovani anziché, regalarli da qualche parte, e trovarseli pronti e maturati nel giro di un anno o due”.

 

Un’idea simile al campionato spagnolo, vedi il Barcellona che ha più squadre.

“Sì. Mandare i giocatori a giocare significa anche sostenere i costi di gestione al lordo, e questo a mio avviso non è giusto. A quel punto mi conviene prendere una squadra, pago io i giocatori, li valorizzo e decido io. Non come qualche anno fa, che mandavi a giocare un ragazzo e dovevi pagare al lordo l’ingaggio. A quel punto conviene fare come nel campionato spagnolo”.

 

Da addetto ai lavori, di cosa ha più bisogno il Bologna per fare il salto di qualità e diventare una grande squadra?

“La grande squadra te la possono fare solo gli investimenti sui giocatori importanti. Ci vuole del tempo, però è ormai l’unica strada che ti permette di fare bene. Arrivare prima di altri sui giocatori giovani e interessanti significa dover spendere. Se poi su 10 giocatori che acquisti te ne arrivano 4 o 5 è già un bel successo perché i giovani a volte si perdono per strada per tanti motivi. Credo che le potenzialità economiche ci siano, diamo il tempo a questa dirigenza di poter lavorare”.

 

Dal punto di vista della mentalità, la piazza sarebbe invece già pronta per fare il salto?

“Credo che la piazza sia sempre stata pronta. Bologna si ricorda del passato, quando ha ottenuto grandi successi, e quindi credo che questa città e questa tifoseria si aspettino di tornare a vivere dei momenti di gloria. Quanto tempo ci vorrà, poi, è difficile dirlo. Gli investimenti non sono mai alla pari delle grosse società, che hanno gli introiti televisivi, della Champions League e quant’altro, e quindi sarà molto difficile. Competere ai livelli della stessa Fiorentina, per fare un esempio, per i primi 5 o 6 posti credo che sia un obiettivo fattibile. Le disponibilità economiche ci sono”.

 

Qual è l’acquisto di cui si sente più orgoglioso?

“Ce ne sono stati tanti. Forse quello più prestigioso è colui che ci ha dato la vittoria ai Mondiali in Germania, Fabio Grosso. Lo scoprii per caso, tramite anche amici e collaboratori, mi dissero che era in scadenza di contratto, lui giocava nel Chieti in C2 e lo portammo a Perugia a parametro zero. Erano i primi anni Duemila, ai tempi del primo anno di Cosmi”.

 

Cosa c’è nel suo futuro? Ha mantenuto qualche contatto con Bologna?

“Qualche amico a Bologna ce l’ho ancora. Spero di tornare nel calcio il prima possibile, ma ultimamente vedo che ci sono poche società che sono disposte a prendere ds per meriti: più che altro li vanno a pescare per conoscenze e raccomandazioni, questo lo posso dire senza timore di essere smentito. Ho sbagliato qualche giocatore, ma ho anche vinto qualche campionato. Ultimamente qualcosa c’è stato, ma ho preferito evitare viste anche le situazioni degli ultimi anni, in cui capita che ti chiamino ma poi ti fanno fare brutte figure o non ti pagano. Preferisco non andare a smentire quello che avevo fatto. Spero che venga fuori qualcosa di serio: a quel punto, accetterò”.

 

A Bologna, ad esempio, lei ha portato anche Viviano, Britos, Mudingayi e Osvaldo, per non parlare di Di Vaio.

“La lista sarebbe molto lunga. Anche dopo di me qualcuno ha vinto con dieci undicesimi dei miei giocatori e magari si è preso dei meriti. Lasciamo stare, il calcio è fatto così: chi invidia sparla e chi è onesto valuta le cose al di fuori di ogni altra aspettativa”.

 

Come valuta Di Vaio nel suo attuale ruolo dirigenziale?

“I calciatori prima o poi devono fare una scelta: c’è chi fa l’allenatore e chi vuole fare il dirigente. Fare il dirigente come sta facendo lui, per imparare, credo sia la cosa migliore. Il problema sarà capire se riuscirà a reggere lo stress quando comincerà a farlo in prima persona. Posso dire che non è facile, perché quando i risultati arrivano sono tutte gioie, ma molte volte c’è da soffrire e lo stress non è facile da superare quando le cose vanno male. Gli auguro le migliori fortune, ma non è un bel mestiere. O meglio, è bello quando si vince, ma quando si perde si prendono solo le colpe. Quando si vince i meriti sono tutti dell’allenatore e dei giocatori, e quando si perde le colpe sono soprattutto dei ds e degli allenatori”.

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