Donadoni si racconta a Condò: “Atalanta la mia scuola. Proficua chiacchierata con Rossi”

Donadoni si racconta a Condò: “Atalanta la mia scuola. Proficua chiacchierata con Rossi”

Le parole del mister a Sky ospite di Paolo Condò

Lunga intervista di Paolo Condò a Roberto Donadoni nella cornice della Cineteca di Bologna per il programma in onda ieri sera su Sky sport. Alla vigilia di Inter-Bologna, il mister torna a San Siro da fiero allenatore di una squadra che reputa “di valenza superiore agli standard delle squadre che lottano per la salvezza”. Dentro e fuori il rettangolo verde, il ritratto di Donadoni è quello di un uomo caparbio e determinato a raggiungere il suo obiettivo, ma anche umile e sempre pronto a rimettersi in gioco.

Osso, l’irriducibile

“Ruut Gullit mi aveva soprannominato “Osso”, l’irriducibile, perché mi dava fastidio che qualcuno potesse fare meglio di me. Tenevo duro finché avevo energie, di qui è nato l’appellativo”. Un temperamento tenace, quello del mister bergamasco, forgiato sin da bambino e confermato in diversi episodi della sua vita: dalle competizioni con le classi più grandi nelle partitelle dell’oratorio parrocchiale, ai lavoretti come aiutante-muratore durante l’estate fra un campionato e l’altro, passando per la vita da campagna e quella salita da Cascina “rifatta in bicicletta due volte perché la prima volta ero stato aiutato”. Uno che non molla la presa, insomma, disposto a rimettersi in gioco e rimboccarsi le maniche di fronte a qualsiasi tipo di difficoltà.

Atalanta scuola di vita

Quattro anni all’Atalanta, due stagioni in serie B e due in serie A. Donadoni racconta quanto siano stati determinanti gli anni nel settore giovanile dei neroblu per il proseguo della sua carriera: “più di ogni altra palestra, è all’Atalanta che ho capito cosa significa avere uno spirito di gruppo. Si arrivava agli allenamenti in quattro, con tanto di borse cariche in una cinquecento, dovevamo spesso riempire le buche del campo militare ridotto in condizioni disastrate e al termine degli allenamenti, alle 18.05, c’era un treno da prendere. Una gavetta che ha senza dubbio rafforzato il mio senso del sacrificio e il concetto vincente che solo l’unione può fare la vera forza in un gruppo. E’ questo spirito che cerco di trasmettere anche oggi ai ragazzi che alleno…”.

Luci a San Siro

La canzone di Vecchioni è la colonna sonora del film più bello di cui Donadoni è stato protagonista. Nel 1986, Berlusconi lo soffia alla Juve di Agnelli e debutta in rossonero durante gli anni d’oro del Milan. Fra i compagni di gioco, poi divenuti grandi amici, Mauro Tassotti e Marco Van Basten. “Tutti gli anni, finito il campionato, ci troviamo per giocare a Golf”.

L’incidente di Belgrado

“Devo ringraziare il dottor Monti, che mi ha letteralmente salvato la vita. Dopo lo scontro con Vasilievic, la cosa che mi colpì di più nel rivedere le immagini dell’incidente fu la reazione dei miei compagni, visibilmente spaventati e preoccupati per le mie condizioni. Si resero subito conto della gravità del momento, da queste cose si vede il grande senso di appartenenza e amicizia che ti lega ai tuoi compagni di squadra”.

1998-99 Il ritiro

“Non è mai facile ritirarsi, ma ho sempre detto a me stesso: il giorno in cui non avrò più lo stimolo e il desiderio di arrivare prima degli altri e di competere, mi farò da parte. E così ho fatto, almeno da giocatore. Non prima di togliermi tante meravigliose soddisfazioni fra scudetti e singole partite memorabili, porterò sempre con me le emozioni vissute con il Milan e con tutte le realtà per cui e con cui ho giocato”.

CT Nazionale, capitolo chiuso o riaperto?

“Sapevo di aver fatto tutto quello che era nelle mia capacità, l’Italia era al secondo posto nel ranking mondiale, alle qualificazioni europee eravamo usciti con risultato importante finché non fummo battuti dalla Spagna ai calci di rigore, una Spagna imbattibile che in quegli anni vinse tutto. Alla Nazionale, del resto, mancavano elementi come Pirlo, Gattuso e Cannavaro… giocatori fondamentali. Prendere in mano un’Italia ex-campione del mondo era una sfida e una grande responsabilità; per me è stata un’occasione di crescita pura in cui ho potuto onorare anche come allenatore la maglia azzurra che avevo già indossato in campo”.

2012 – la parentesi di Parma

“L’epilogo del Parma è stato un dramma anzitutto nei confronti della città e di tutti i tifosi che credevano in un’avventura importante, non immaginavo che la situazione sarebbe crollata, è stato difficile allenare giocatori senza stipendio, frustrati e preoccupati per le circostanze incerte della squadra.” Dopo il 2006, Cassano doveva essere il perno della Nazionale, Donadoni lo trova e lo lascia a Parma: “dal punto di vista tecnico, considero Antonio un giocatore fra i più forti degli ultimi decenni. Sul piano umano, sono dispiaciuto per non essere riuscito a incidere sull’aspetto caratteriale per aiutarlo a migliorare e a coniugare il talento tecnico, con un atteggiamento più professionale”.

L’arte (etica e pratica) di subentrare

“Quando subentri ad un altro allenatore, le cose sono più complicate. Qui a Bologna  è stato proficuo parlare con Delio Rossi e scambiarsi idee sulle condizioni della squadra, ho intuito subito (e credo ancora) che il Bologna abbia una valenza tecnica superiore ad una tipica squadra-salvezza. Sicuramente, quando si è trattato di abbracciare il progetto di questo Club, è stato fondamentale anche l’incontro con Saputo: un uomo ambizioso ma anche dotato di grande umiltà e raziocinio, il suo progetto mi stimola molto e cercheremo di portarlo avanti al meglio. Sono felice di essere l’allenatore del Bologna, una città di grandi tradizioni e storie vissute in modo molto passionale e presente: lo avverto nel contesto, nel modo di essere dei bolognesi. Tutto qui è molto sentito. Dopo la parentesi di Parma, sono rimasto sono rimasto ad allenare in queste terre e mi trovo molto bene in questo ambiente”.

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