Sacrosanto diritto di critica, ora uniti con la squadra (ma il blasone non va in campo)

Sacrosanto diritto di critica, ora uniti con la squadra (ma il blasone non va in campo)

Fa ancora molto male la sconfitta dell’altra sera, troppo dura per essere vera e troppo dolorosa per consentire alle ferite di ricucirsi in meno di 48 ore. Sentiamo ancora il sale sul nostro povero corpo ferito e l’anima è inquinata da un tre a zero frutto di una differenza mentale e fisica lampante. Il Carpi è bravo a lucrare sugli errori altrui e noi ci siamo cascati in pieno come pivellini, si pensava che nel finale di campionato l’esperienza avrebbe fatto la differenza, che i Cacia e gli altri giocatori maturi presenti in rosa potessero dare quel quid in più rispetto al Carpi, una squadra che avrebbe potuto risentire della pressione nel momento chiave della stagione. Un paio di mesi fa intervistai Marazzina e mi disse proprio questo: “Chissà che al Carpi non venga il braccino quando ogni pallone peserà doppio”. Mi convinse in toto questa teoria, purtroppo però a cascare nel caos e nella paura è stato il Bologna. Sì, salviamo il primo tempo e i tre gol fortuiti, ma dal Bologna ci si aspetta sempre altro. Così, mentre in città parte la caccia ai gufi, i rossoblù si ritrovano nel pieno della lotta quando invece vorrebbero essere al posto del Carpi con dodici punti di vantaggio e lo champagne già pronto sulla tavola imbandita. Ecco, siccome la sindrome da gufata colpisce parecchio e incide sulla mente di chi scende in campo (pensiamo all’utilizzo dei social da parte di qualche componente della squadra) forse sarebbe bene tentare per davvero di remare tutti assieme verso la Serie A non eliminando però il sacrosanto diritto di critica da parte di chi è chiamato a scrivere di Bologna Calcio. E’ chiaro che i risultati incidono e un Bologna più pimpante sabato ci aveva fatto presagire ad una piccola rinascita, smentita dal secondo tempo di mercoledì. C’è anche da sottolineare però come si siano visti recentemente Bologna ben peggiori di quello “ammirato” nel primo tempo del Cabassi. Aspetto da sottolineare perché i giudizi non cambiano direzione come il vento ma in base a quello che il campo produce e sentenzia; nel calcio funziona così.

Ora la storia è questa, da una parte ci sono i gufi e dall’altra chi non apprezza il mercato di Corvino. Sono entrambi modi per mettere i bastoni tra le ruote, la differenza però consiste in un semplicissimo aspetto: chi sostiene il Bologna non può tifare contro la propria squadra del cuore anche se l’allenatore o i giocatori non piacciono, altrimenti cadrebbe nel vuoto la definizione stessa di tifoso. C’è di più, perché occorre distinguere il ruolo di giornalista da quello di supporter. E’ il gioco delle parti. Si potrebbe poi argomentare in un altro modo, ovvero ribaltando il meccanismo e accusare di gufaggine chi continua a criticare il lavoro di Corvino; ma qui si aprirebbe un dibattito infinito. Invece vorrei tornare alla più stretta attualità, anche per dimostrare come tutto sommato qualche innesto non abbia fatto male. Con un Bologna sulle gambe, i vari Laribi, Cacia, Casarini, Matuzalem e altri in difficoltà (con Zucu infortunato, calorosi auguri per un pronto ritorno), dalla panchina – senza l’aiuto di Corvino – sarebbero saliti i soliti Troianiello, Paez, Stojanovic, Bessa o un Buchel ancora alle prese con una convalescenza mentale molto lunga. In attacco toccherebbe a Improta o Acquafresca, privi di Sansone ovvero l’unico giocatore che al primo spiraglio calcia in porta. Chissà con i suddetti rincalzi come avremmo terminato il campionato, perché un po’ di tempo fa (dopo qualche gol estemporaneo di Cacia) si sentenziava come l’arrivo di Corvino si sarebbe rivelato inutile e i nuovi acquisti incomprensibili doppioni. 

Invece forse è necessario pensare che in una Serie B votata alla grinta, all’atteggiamento e alla corsa, tutto possa fare brodo. Il Carpi ottimizza al massimo ogni piccola cosa che fa e ogni piccola risorsa che possiede, occorre dunque che anche da queste parti si metta un po’ da parte il blasone e gli scudetti passati perché, purtroppo, non vanno in campo. Lotito si metta il cuore in pace, il prossimo anno si ritroverà Chievo, Sassuolo e Carpi in A, con il classico manipolo di spettatori allo stadio e davanti alla tv. Rischiano di salire anche il Vicenza o il Frosinone se il Bologna non si sveglia dal torpore dei ricordi del passato. I Bulgarelli, Signori, Baggio e via dicendo non ci sono, così come non ci sono le vittorie dei tempi belli, ora c’è Lopez, Casarini, Cacia, onesti mestieranti del professionismo che dovranno sudare fino alla fine per conquistare la Serie A. Davvero, ora più che mai, basta contrapposizioni campate in aria, basta guerre inutili contro i fantasmi o solite dietrologie da città provinciale. C’è una Serie A da conquistare, con sudore, determinazione, applicazione e concentrazione. Stavolta il blasone non conta nulla, serve unità, servono vecchi e nuovi e una guida sapiente che possa traghettare questa truppa nella massima serie. Niente gufi, speriamo ce la faccia Lopez.

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