In sedici anni è cambiato il mondo

In sedici anni è cambiato il mondo

Era il 20 aprile 1999 quando un quattordicenne adolescente bolognese ammirava – dalla tribuna laterale – la semifinale di Coppa Uefa tra Bologna e Olympique Marsiglia. Alla mia sinistra i vip, alla mia destra i marsigliesi. Ci sfottevano con le maglie di Batistuta (a quei tempi bomberissimo della viola) e ci lanciavano bucce d’arancia e contenitorini gialli degli ovetti Kinder. A proposito di Kinder, quasi in contemporanea a quella partita si giocava a Monaco di Baviera la semifinale della Final Four di Eurolega tra la Virtus e la Fortitudo. Un occhio alla partita e uno al tabellone luminoso in attesa del risultato. Valeva talmente tanto quella partita per i virtussini come me, che probabilmente la finale con lo Zalgiris venne presa così sotto gamba da perderla clamorosamente quasi senza accorgersene. O meglio, non ci capacitavamo di come quei lituani avessero potuto rappresentare un problema così insormontabile. Ad ogni modo, vedendo il roster, col senno di poi si sarebbe dovuto drizzare le antenne. Edney, Stombergas e Zukauskas, giocatori di rispetto, coadiuvati in quella finale da Anthony Bowie reduce da una carriera Nba a Houston e San Antonio prima di passare anche dall’Italia a Milano e Varese. Successivamente tentò fortuna di nuovo oltreoceano a New York e Orlando salvo poi riaccomodarsi in Europa. 17 punti per lui contro la Virtus in quella maledetta finale, mattatore assieme ad Edney delle Final Four. Bowie, da killer delle Vu, venne un paio di anni dopo contrattualizzato dalla Fortitudo, Stombergas invece passò la stagione successiva dall’altra sponda senza troppa fortuna. 

 

Così, mentre si esultava per la rete di Paramatti, una parte del mio cuore era in Germania con la speranza che il tabellone luminoso accendesse un risultato a me favorevole rispetto ai “cugini” fortitudini. Così fu, ma la gioia venne attenuata da quel discusso e clamoroso rigore che Antonioli in uscita causò su un certo Maurice assistito da Pires. Poi fu rissa, con Ravanelli non certo simpatico ad esultare davanti a tutto lo stadio dopo una partita in cui avrà toccato mezzo pallone di testa. E’ il brutto (e il bello) del calcio: chi vince ha sempre ragione. Quella mia passione per i rossoblù è rimasta talmente forte da portarmi fino a qui, cioè a passare da sventolatore di bandierine allo stadio a uomo da tastiera che analizza quanto successo in campo. Chi l’avrebbe mai detto. E dire che tutto iniziò il 28 novembre 1995, ovvero all’andata di un quarto di finale storico di Coppa Italia contro il Milan. Devo ringraziare la Rai che trasmise la partita consentendomi di guardarla dal divano di casa. Di fronte il grande Milan di Weah e Maldini, e Dario Morello  decise, con un destro da fuori, di farmi innamorare definitivamente dei colori rossoblù. Infatti, dopo la prima gita allo stadio qualche mese prima (settembre, Bologna-Perugia 1-0 con autogol di Lombardo) quel match contro una grande squadra di Serie A fece capitolare le mie coronarie. Sì, difficile appassionarsi ad una squadra di Serie B per un bambino che vede i suoi compagni tifare per Milan, Juve e Inter, fortunatamente la Coppa Italia mi consentì di scoprire un Bologna competitivo e in procinto di ritornare sui grandi palcoscenici. Piccola digressione, perdonatemi, rispetto al 1999, ma ho la sensazione che questa stagione (praticamente venti anni dopo) possa concludersi per me ciclicamente dove tutto ebbe inizio. Chissà, dunque, che tra qualche settimana non vedremo al Dall’Ara un nuovo Bologna-Perugia con una Serie A in palio…

 

Ritornando a sedici anni fa invece, si nota immediatamente una cosa: la potenza di Bologna in Europa. Nei due sport più praticati nel vecchio continente, la nostra città schierava tre formazioni ai vertici che si contendevano (e a volte vincevano) i trofei più importanti. A ripensarci ora sembra passato un secolo, invece sono relativamente pochi gli anni da quando Bologna riusciva pienamente ad esprimere il proprio potenziale. Bologna Caput mundi. Invece ora come siamo ridotti? Che la Fortitudo dopo la gestione Seragnoli ha vissuto una serie di scossoni societari tali da tramortire un toro – tutto questo ha portato la Effe sostanzialmente in terza serie – la Virtus è stata salvata in extremis dalla sparizione, riuscendo a ripartire grazie a Castelmaggiore esattamente come tanti anni prima fecero i cugini con Sant’Agostino, e il Bologna ha rischiato per due volte di fallire nel giro di cinque anni. Siamo passati da avere tre squadre in semifinale in Europa ad averne una a stento nei playoff in Italia, una che cerca di risalire in Lega Due e il Bologna alle prese con una Serie B dura da sconfiggere. Gli anni duemila sono stati dunque deleteri per questa città che ha visto progressivamente perdere il suo prestigio tra la crisi economica e la decadenza culturale. Un mix micidiale per azzoppare un connubio vincente tra tradizione, innovazione e idee. Nel Bologna Calcio almeno il vento sembra cambiato, Saputo ci sta provando, bisogna dirlo, cercando di coinvolgere le potenze cittadine che sono sopravvisute alle difficoltà di questi anni. Non è detto basti, perché da solo lo sport non può risollevare le sorti di una intera città anche se l’arrivo di nuovi investimenti dall’estero è sicuramente un aspetto positivo. Soprattutto ci sarà modo di far girare denaro e idee, le basi per rilanciare una città attanagliata dai suoi continui errori. Purtroppo il gap che si è creato con gli anni novanta sarà durissimo da colmare, si spera che le cose possano cambiare radicalmente ma temo che ci vorrà tempo e pazienza. Chissà se tra qualche anno (decennio) riusciremo a rivivere quei momenti, per adesso sarebbe già molto riavere tutte e tre le squadre professionistiche di Bologna in Serie A. Sarebbe quantomeno un buon inizio.

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