Il vizio del “vitalizio” impera anche nel calcio

Il vizio del “vitalizio” impera anche nel calcio

Il “terzo tempo” dei calciatori, prima o poi, arriva per tutti, anche per Totti. Scioglilingua a parte, ormai non si parla d’altro e, per quanto mi riguarda, non avrei voluto essere l’ennesima voce aggiunta alla pletora di opinionisti che ha detto la sua sulla vicenda. Ma per noi “giovani” che non vedremo mai una pensione, che dovremo inventarci anche più di una carriera per arrotondare e fare affidamento su pensioni integrative nella speranza di vivere dignitosamente la nostra vecchiaia, le dichiarazioni del “Pupone” alimentano la convinzione che l’Italia sia un Paese per Vecchi. Un posto dove non conta se sei un capocannoniere da 2,5 milioni di euro a stagione, o un ex-consigliere regionale del Trentino Alto Adige da 5.000 euro di pensione d’oro al mese… Nello sport, come nell’ambito politico, la frase “ricambio generazionale” fa paura: da una parte i Senatori che non mollano la poltrona, dall’altra i calciatori che a fine carriera non vogliono appendere gli scarpini al chiodo e cedere il posto (e le luci dei riflettori) ai compagni in erba.

I calciatori a fine carriera, sopratutto quelli che hanno fatto la storia del calcio, dovrebbero rappresentare una guida, un esempio per tutti i ragazzi che vedono nello sport forse l’unico ambito in cui sentirsi ispirati e uniti da un sentire comune, una serie di valori che richiamano concetti come la lealtà, il rispetto, la fiducia, l’umiltà e la riconoscenza. Quest’ultima in particolare, la gratitudine, è manifesta nelle parole e nei gesti di tanti campioni che hanno accettato serenamente l’abbandono del campo per intraprendere altri progetti,consapevoli di essere sempre e comunque dei privilegiati che all’età di 40 anni al massimo vanno in pensione e campano di rendita a vita. Per non parlare di tutti gli extra guadagnati grazie alle sponsorizzazioni, le apparizioni nei programmi sportivi, eventi di vario genere, pubblicazioni e ogni altro genere di attività che li vedrà protagonisti. Insomma, conti i fatti, un ex-calciatore, dopo i quaranta, può scegliere se diventare un allenatore, un opinionista di Sky, un conduttore di talk-show e persino di mollare tutto e aprire un impresa o non fare niente per il resto della sua vita… La maggior parte della gente non può concedersi questo lusso. “A’ Francé, più che non avere i numeri, stavolta li hai dati”, quando potresti tranquillamente fare come un Toni, un Pazzini, un Gigi Buffon e ci aggiungo anche i nostri Maietta e Gastaldello,  e prima ancora tutti quei calciatori che giocano e hanno sempre giocato per la squadra, mettendosi a disposizione del mister se convocati da titolari e sempre pronti a farsi da parte quando arriva il momento di cedere il posto ai giovani.

Il caso Totti-Spalletti ci fa apprezzare ancor di più l’operato di Corvino e del club Rossoblù in generale nell’aver investito in un vivaio di giovani risorse. In questo momento, il Bologna di Saputo rappresenta un modello che tutte le squadre dovrebbero imitare. Semplicemente perché ne va il futuro del calcio italiano, così come nella politica. In certi casi sarebbe bello dire ‘largo ai giovani’, ma in determinati ambienti, influenzati e infiammati da vecchie glorie contornate di mito, può diventare complicato se non impossibile. A Bologna si può, ma per placare certe polemiche servirebbe anche una società calcistica forte, cosa che la Roma evidentemente non è al momento. Ecco, nel weekend in cui la Juve viene fermata, lo sci italiano produce successi e la nuova Ferrari viene svelata, i rotocalchi sono saturi di Totti che si lamenta con Spalletti perché non gioca. Lo stesso pupone che ha già assicurato il suo futuro da dirigente con un lungo contrattone. Francé, sei stato un grandissimo, ma il logorio dovuto all’età è un avversario che non si può sconfiggere, e Spalletti è stato chiamato per risollevare le sorti della Roma. Gli servono forze fresche…

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