Derisi ovunque (e Donadoni deve restare), ma Bologna è sempre provinciale. E Destro…

Derisi ovunque (e Donadoni deve restare), ma Bologna è sempre provinciale. E Destro…

I social si sono scatenati sul set rimediato dal Bologna, che brutta sensazione! Ora serve uscire dalla crisi, ma con Corvino fuori dai giochi tocca a Donadoni farsi carico della risalita, nonostante la città si confermi attanagliata dal provincialismo.

Apro i social la mattina seguente alla disfatta di Napoli. Trovo la pagina Facebook di ‘Chiamarsi Bomber’ pubblicare una foto di Donadoni con la vignetta ‘Rega, le mischiamo?’ riferito a quando da ragazzi si mischiano le squadre perché costruite troppo squilibrate. Poco sopra trovo la foto di Mirante con il pollice alto e la scritta ‘Mi avevi schierato al fantacalcio? Complimenti!’. Potrei continuare all’infinito, perché i social sono i primi a prenderti per i fondelli quando succede una cosa di questo tipo. Ci mancavano, inoltre, i tifosi juventini lesti a lamentarsi della nostra scarsa voglia contro il Napoli dopo aver fatto di tutto per fermare la loro striscia di vittorie. E’ un peccato si siano dimenticati la nostra vittoria contro il Napoli all’andata, una di quelle che sancì la concretezza della rimonta Juve.

Insomma, vivere momenti del genere non è bello, da un lato vedi la squadra prenderne sei e dall’altro sentire qualcuno rigirare il coltello della piaga. Questo significa perdere la dignità, perdere la faccia, percepire perfino quella sgradevole sensazione di doversi vergognare per fare il tifo per una squadra che ne ha presi sei come una ciurma di dilettanti allo sbaraglio. La richiesta ora è una sola: mai più una prestazione del genere. Infatti, bene hanno fatto alcuni gruppi della curva e il Cbc a diramare un comunicato di sveglia verso la squadra. Non solo, perché da oggi in poi la truppa deve reagire come un corpo unico composto da uomini e professionisti che onorano lo stipendio che percepiscono a fine mese. A partire con il Genoa l’atteggiamento e le facce dovranno essere diverse.

Sottolineato quanto di più banale ci possa essere trovo francamente strano leggere o sentire qualcuno pronto a chiedere la testa dell’allenatore. Certo, sono tutti responsabili e il Bologna di Donadoni negli ultimi due mesi è addirittura peggio rispetto a quello di Delio Rossi, ma a tutto c’è un limite. Cacciare un tecnico a cinque partite dalla fine vorrebbe dire acutizzare una crisi sempre più evidente e conclamata, soprattutto, significherebbe togliere alla squadra uno dei pochi punti di riferimento vista l’assenza di Pantaleo Corvino. In questi casi toccherebbe ai dirigenti più esperti e di spessore guidare l’uscita dal tunnel, mettendoci la faccia, ponendo al riparo la squadra da inevitabili polemiche. In primis è toccato a Di Vaio, ieri invece è stato l’Ad a presentarsi davanti ai microfoni. Se ci si aspettava una strigliata pubblica forse si è rimasti delusi (probabilmente sarà stata privata). Fenucci ha gettato acqua sul fuoco ripetendo il solito ritornello basato sul percorso in linea con l’obiettivo, obiettivamente è troppo poco dopo un 6-0. Le uniche ammissioni sono giunte su Mattia Destro, le cui cure post intervento risultano del tutto errate e infatti l’attaccante ritornerà, forse, per le ultime due. Fatto gravissimo…

Ecco, se a questi ragazzi allo sbando venisse tolto anche l’allenatore la sensazione di totale perdita del contatto con la realtà emergerebbe in tutto il suo fragore. Serve qualcuno che possa tenere la barra dritta, qualcuno che si assuma le responsabilità pubblicamente e che propizi l’uscita dagli inferi. Quell’uomo è Donadoni, perché per mesi forse ha mascherato una compagine dirigenziale non del tutto all’altezza del compito e ora anche lui si è ritrovato esposto alle intemperie. Ovviamente a patto che non riproponga esperimenti inutili come Oikonomou terzino (la giustificazione è stata peggio della scelta) o Acquafresca titolare a Napoli. L’allenatore deve rimanere lucido e razionale, forse ultimamente in questo il mister è mancato.

La chiusura è sul sentore popolare. Onestamente, si pensava che l’avvento di una proprietà internazionale potesse chiudere nel ripostiglio il provincialismo bolognese, non è così. Siamo ripiombati esattamente nella stessa situazione vissuta con le gestioni di casa nostra, i Menarini, i Guaraldi, mentre ora Saputo è solo colui che investe una barca di soldi in cambio di quasi nulla. Anzi, in poco più di anno il chairman ha liquidato Tacopina e sta per fare la stessa cosa con Corvino. Non si vive esattamente nella tranquillità più totale. Non solo, perché la crisi primaverile ha riaperto le fazioni, i pro e i contro Corvino, i pro e i contro Fenucci, i pro e i contro Donadoni. Ognuno tira la volata ai suoi interessi – forse anche internamente alla società – e una parte del tifo si è accodato alla battaglia. E’ il Bologna il bene principale e non altro. A continuar così si rischia sul serio la retrocessione e per una volta servirebbe invece massima unità su tutti i fronti. A Bologna è praticamente impossibile anche con un miliardario al timone: siamo al grottesco.

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