Dall’Ara: che voglia di mettere gli scarpini! E non sottovalutiamo la splendida storia di Donsah

Dall’Ara: che voglia di mettere gli scarpini! E non sottovalutiamo la splendida storia di Donsah

 

Zainetto in spalla e via, sono andato in gita scolastica. Appuntamento alle ore 9.30 in via dello Sport, davanti al Dall’Ara. Lo ammetto: ho fatto fughino. Invece di salire sul pullman ho deciso di unirmi alla combriccola di giornalisti che si sono recati in visita guidata all’interno di quello che sarà il rinnovato impianto del Bologna. E qualcuno con lo zainetto (non sto scherzando, vero Alberto Bortolotti?) c’era davvero. Battute a parte, l’amico Alberto ha sintetizzato alla perfezione il senso della giornata: una sacra visita all’interno delle mura di un glorioso pezzo di storia cittadina che ha subito importanti lavori di ammodernamento, mancava solo l’audio guida. Di solito, in gita scolastica, si sta nelle retrovie perché il terrore di annoiarsi di fronte alle dotte spiegazioni della guida c’è tutto, stavolta invece c’era ressa per accaparrarsi i posti davanti, non per maleducazione (sia chiaro) ma per motivi di lavoro e per l’enorme curiosità che ha sempre destato questo primo step di ristrutturazione. Il desiderio di ammirare cosa avevano prodotto i quasi 200 operai che da due mesi sono al lavoro era inarrestabile, perché lo stadio è un patrimonio della città e non solo del club, è un luogo di aggregazione e non solo un anfiteatro ospitante ventidue uomini che corrono dietro un pallone. Ecco perché, con piacere, ho cercato di respirare ogni singolo odore che le strutture rinnovate offrono, quella sensazione di pulito, moderno, l’idea che finalmente il Bologna possa sfoggiare il proprio impianto con orgoglio e non cercando di nascondere tutte le brutture che, nel corso dei decenni, hanno reso il Dall’Ara obsoleto, vecchio, inadeguato e, sostanzialmente, impresentabile. Non voglio tediarvi sulla sala stampa, i seggiolini o l’area ospitalità (tutti miglioramenti di assoluta qualità) ma mi pare doveroso soffermarmi sugli spogliatoi. Il perché è semplice: il contesto ambientale in cui i giocatori andranno a ‘lavorare’ può incidere anche sul rendimento all’interno del rettangolo verde. Ecco, devo dire che ammirando uno spogliatoio, nel limite del possibile, ‘all’americana’, posso immaginare come i giocatori percepiranno in altro modo il loro ingresso in campo, saranno galvanizzati, desiderosi di infilarsi gli scarpini e sbranare gli avversari. Ci sono tutti i confort, il meglio possibile per chi sta per indossare il rossoblù e difenderlo dall’assalto di undici avversari. Devo scriverlo: sono vicino ai trenta (quasi a fine carriera) ma la voglia di infilarmi scarpe con tacchetti e divisa mi è salita addosso prepotente, quando poi sono sbucato sul manto verde (a proposito, l’ingresso è stato spostato sotto la tribuna) percependone la morbidezza, il colore acceso dei fili d’erba e contornato da un nitido ambiente rossoblù, bè, vi lascio immaginare. Soprattutto, la mia mente è stuzzicata da cosa potrebbe diventare il Dall’Ara se davvero si procedesse alla ristrutturazione totale. Per questo, come è normale che sia, occorre pazienza.

 

Chi calcherà, probabilmente già oggi, il campo del Dall’Ara è Godfred Donsah. Non ne ho parlato ieri perché il mercato impazzava, ma vorrei che non si spegnesse troppo la luce sulla storia di vita che accompagna il centrocampista ghanese. Se siamo felici e contenti del nuovo acquisto, è semplicemente perché il padre di Godfred ha tentato, come tanti negli ultimi tempi, l’avventura di imbarcarsi verso l’Italia nella speranza di trovare un lavoro e qualche soldino. Come migliaia di migranti, il padre di Godfred è sbarcato a Lampedusa senza soldi, cibo e con una maglietta addosso. Donsah figlio ha iniziato a giocare a pallone a piedi scalzi e senza indumenti, sperando che qualcuno lo notasse e che potesse trasformare la sua passione in lavoro. Perché il calciatore che riesce a raggiungere la Serie A può anche dare un sostanzioso contributo economico alla propria famiglia. Così è successo, il suo procuratore lo ha notato e in un modo o nell’altro è riuscito a proporlo al Palermo, lì, il buon Donsah, ha trovato in Afryie Acquah (ora al Toro) una spalla importante, un amico fraterno propenso all’aiuto verso chi non aveva nulla per vivere. Acquah ha fornito viveri, indumenti e danari al Donsah in erba. Pensate a quante cose si sono incastrate, sarebbe bastato poco per far sì che Godfred fosse costretto ad abbandonare la sua carriera da calciatore, tant’è che il suo primo tesseramento arrivò grazie al permesso di soggiorno del padre. Il terrorismo fa paura, certo, ma chi non dovrebbe farcene sono i ragazzi come Donsah, oppure i padri di famiglia che, in preda alla fame, decidono di lasciare la loro terra per cercare di trovare il minimo indispensabile per poter vivere. La storia di Donsah mi piace, non per un’idea politica o per contrastarne un’altra, semplicemente perché sono fantastiche e dure esperienze di vita vissuta che arricchiscono il bagaglio culturale di chi le ascolta. Soprattutto, dimostrano l’estrema intelligenza ed umiltà dei ragazzi immigrati, i quali, avendo conosciuto la povertà, sanno come comportarsi quando la vita ti presenta davanti contratti a tanti zeri. C’è chi sa stare al mondo come Donsah e chi invece, forse, non ha ancora imparato (e potrei citare Balotelli). Chi sa dare il giusto valore al denaro e al duro passato che ha alle spalle, è in grado di maturare la giusta consapevolezza di quanto può essere sfortunata, e al tempo stesso generosa, la vita. 

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