African Power

African Power

Sono mancati solo i tre punti, ma il Bologna ha dimostrato di essere vivo. Il calcio toglie, il calcio dà. Se a Frosinone l’espulsione di Oikonomou ha portato il Bologna verso la sconfitta, quella di Mati Fernandez ha consentito ai rossoblù di ottenere il raggiungimento del pari. C’è da dire però che la compagine di Roberto Donadoni si è mostrata gagliarda e volitiva anche in parità numerica, non concedendo alla viola quel reiterato e ostentato tiki-taka che tendenzialmente addormenta chi assiste.

E dire che le premesse lasciavano presagire funeree dipartite. La lista assenti del Bologna risulta più lunga di una fila alla posta nell’ora di punta e Donadoni è costretto ad affidarsi Mbaye. Qualcuno alla vigilia del match aveva sentenziato “se gioca Mbaye facciamoci il segno della croce”. O qualcuno davvero se lo è fatto oppure il Bologna ha ritrovato un giocatore. Opto per la seconda ipotesi. La partita fila via con un pressing ossessivo che non permette la giocata facile a nessuno. I due portieri si guardano da lontano ma avrebbero potuto prendere un caffè in Terrazza Bernardini. La partita però è piacevole, o almeno per il Bologna che lotta, corre, si danna per reagire ad una sconfitta immeritata. Peccato che nella prima frazione Giaccherini e Mounier abbiano mandato in campo le controfigure, evidentemente avevano un impegno importante e sono arrivati tardi. Anzi, per una volta il francese non si presenta all’appuntamento, l’italiano sì: nella ripresa.

Ma è tutto il Bologna a girare, a giocare come un’unica identità trascinato da tre ragazzi di colore tutto gamba e cuore. A dire il vero c’è di più, perché DIawara dirige in regia come un veterano, permettendosi anche sombreri e aperture no look, Donsah si mangia erba e avversari mettendo in moto le sue brevi ma incessanti leve, Mbaye invece corre sulla fascia come uno scafato mezzofondista ai mondiali di atletica. African power, con tanti saluti a chi vorrebbe affondare i barconi. Il gol nasce da una bella idea di Donsah, che tutte le volte che decide di sfondare a destra ci riesce. Diciamolo: sei milioni ben spesi. Nell’azione bravo anche Mbaye a pescarlo in area di rigore. Il piattone di Giaccherini, invece, è il classico gol da scafato giocatore di Serie A, da elemento cardine di una squadra, quel giocatore che può sbagliarti un tempo ma non due.

E allora questo pareggio restituisce senso anche al turnover di Donadoni, che probabilmente – usando il comparto titolari a Frosinone – si sarebbe ritrovato una squadra morta fisicamente. In realtà è stato lo stesso così, ma a debilitare i rossoblù è stata l’influenza, quella che ha portato Masina e Diawara a giocare con 38 di febbre. E’ anche da tutto questo che si nota la verve mai sopita di una squadra che gioca insieme con estremo piacere, sopperisce alle assenze e alle difficoltà con il cuore, restituisce gioia agli spalti lottando su ogni pallone e sporcandosi la maglia senza paura. E se il Bologna è diventato questo, è anche grazie a chi ha costruito questa squadra, chi l’ha assemblata pensando non solo alle caratteristiche tecniche ma anche a quelle umane, gettando le basi per un futuro che non può non essere radioso. Questi ragazzi hanno preso una scoppola non indifferente a Frosinone, tre giorni dopo – acciaccati e incerottati – hanno fermato la terza della classe con autorità, e qualche rimpianto. Ed è un peccato che Tatarusanu il caffè probabilmente se lo sia preso sul serio, perché togliere quella palla dall’angolino non è da tutti. Poco importa onestamente, i tifosi sono comunque usciti con un senso di appagamento dal Dall’Ara. Bravo Bologna, bravi ragazzi. Donadoni vi aveva chiesto una reazione, il coraggio di tirare fuori energie insperate proprio nel momento di massima difficoltà. Lo avete fatto, è stata una gioia vedervi.

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