Testimoni di Geovani

Testimoni di Geovani

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Sosta per la nazionale, non resta che dare spazio ai ricordi. Apro il baule con le vecchie sciarpe rossoblù e cosa mi ritrovo fra le mani…

 

“Oh, Lu-lé lè ban!”. Quante volte abbiamo sentito dire questa frase da qualcuno seduto dietro di noi sui gradoni del Dall’Ara? Il più delle volte l’affermazione esce dalla bocca di un tifoso attempato che ha visto giocare Bulgarelli, Haller, Pascutti e compagnia cantante. Se poi porta il cappello e per vedere la partita poggia il mento sul manico di un ombrello, siamo all’apoteosi.

 

“Oh, Lu-lé lè ban!”, devono aver detto in tanti quando Geovani Faria da Silva, meglio noto come Geovani sbarcò a Bologna nell’estate del 1989. Nominato miglior giocatore verdeoro nel biennio 1987-1988, Gino Corioni lo rileva dal Vasco de Gama per una cifra vicina ai dieci miliardi delle vecchie lire. Spiccioli, per uno che ha la capacità di vincere da solo le partite. Mentre alla radio passa “Viva la mamma” di Bennato e la “Lambada”, Bologna impazzisce per il suo brasiliano. I giornali stampano in prima pagina il faccione di Geovani. Colpo del mercato, dicono tutti. Insomma sembra che il buon Corioni abbia proprio pescato il jolly.

 

Il brasiliano sbarca al Marconi. Sembra un po’ sovrappeso. Si, magari in questo momento è un po’ carente di forma fisica. Dicono. Ma ha una visione di gioco ineguagliabile, una classe sopraffina, un tiro preciso e potente. Dicono. Viene dal Vasco, si è affermato con la Selecao. Dicono. Assomiglia a Maradona, però non a Diego, al fratello Hugo. Dicono. Forse questo è il primo campanello d’allarme. Inascoltato. “Oh, Lu-lé lè ban! A tal dégg mè!”. Dicono.

 

L’impatto con il calcio italiano è duro. Geovani fatica ad ambientarsi. La pancetta non cala, le prestazioni non decollano. Il primo sigillo italiano però è una vera perla. Undicesima giornata di campionato, 5 novembre, Fiorentina-Bologna. Negli occhi scorrono ancora le immagini della tragedia di Ivan Dall’Olio e di quella domenica di follia. Sono passati cinque mesi, troppo pochi. Al minuto 78, il carioca riceve palla una decina di metri fuori dall’area viola. Non ci pensa due volte e scarica una mina che si infila sotto la traversa. Il portiere viola Landucci non l’avrebbe parata manco indossando il mantello di Superman. Una  rete che vale il prezzo del biglietto, forse non quello del suo cartellino. Per info citofonare Corioni. Le aspettative sono altissime ma il nostro beniamino delude. A fine stagione si contano ventisette presenze condite da due reti. Quella che manca, su rigore. Non bastano, l’anno seguente Geovani si trasferisce in Germania. Ciao Geovani da Silva, ti abbiamo voluto bene.

 

Direte voi: la storia non è così interessante. Ed invece qui viene il bello, perché la vicenda di Geovani a Bologna, a questo punto, si trasforma in pura leggenda. La prima narra che il brasiliano avesse uno scarso senso dell’orientamento che lo faceva arrivare spesso in ritardo agli allenamenti. Forse per questo partiva spesso dalla panchina. Ragazzi, non c’era Google Maps e neppure il TomTom, mica facile trovare la strada per Casteldebole se sei catapultato da Rio de Janeiro in Emilia!

 

Ma la storia più bella è quella che racconta di un Geovani drogato di tortellino. Il carioca abitava nel centro storico di Bologna, in Via Santa Margherita. Bene, come vicina di casa si dice avesse la signora Orianna, per essere chiari una sorta di Alessandra Spisni capace di tirare due uova di sfoglia in tempi record per il nostro campione. Tortellini, lasagne, strozzapreti, tortelloni, tagliatelle, cannelloni… Al suo ritorno dagli allenamenti la signora Orianna, precisa come le tasse, si affacciava sull’uscio: “Bè mò Geo ti vedo un po’ giù, tè la saudade? Vèn ben què che ti faccio due turtlèn, ti tirano un po’ sù!”. Forse per questo la pancetta non calava. Si insomma, in campo Geovani aveva la mobilità di un fittone di piazza di Porta Ravegnana.

 

Cosa sia vero o pura leggenda metropolitana decidetelo voi. Nella mia carriera di tifoso rossoblù sono stato testimone delle prestazioni di Baggio, Signori e Di Vaio. Ma, come scritto su una mitica sciarpa, sono anche stato un “Testimone di Geovani”, perché in fondo “Lu-lé l’êra ban! A tal dégg mè!”.

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