Non ci resta che piangere

Non ci resta che piangere

La Voce del tifoso sulle emozioni di martedì sera.

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Minuto 94. Tiro da fuori area. La palla, impattata da un difensore interista, si impenna e arriva sul sinistro di Ferrari. Alex ha la testa piena di mille brutti pensieri, sa di averla combinata davvero grossa. Ok, il suo compagno non lo ha aiutato, ma lo sa, la cazzata imperdonabile l’ha fatta lui. Alex, ha un groppo in gola che sta per esplodere, ma non è ancora il momento. Alex ha il cuore, un grande cuore rossoblù, colmo di rabbia. Alex, ha le gambe che gli fanno male per i chilometri percorsi su quella fascia. Ma quello che gli fa davvero male è quel maledetto piede destro che l’ha tradito: la palla non doveva passargli sotto, la palla doveva impattarlo quel fottuto piede, doveva essere spazzata via. Se la mangerebbe. Con te facciamo i conti dopo, gli dice. Però Alex questa volta la palla la prende bene. La mette in mezzo, a due metri dall’area piccola. Lì al centro, lì dove vede una maglia rossoblù tutta sola, un giocatore dimenticato dai difensori nerazzurri. Lì a tre metri dalla gloria. Lì a pochi metri dal perdono della sua gente. Lì a venti metri dalla Bulgarelli, dove vuole correre a perdifiato con ancora il macigno dell’errore sulla schiena, a prendersi l’abbraccio dei suoi tifosi, a festeggiare con lacrime di gioia miste a rabbia. Perché Alex, per questa sera, non può dimenticare l’errore, non se lo può perdonare.

 

La punta rossoblù arriva in maniera perfetta su quella palla. La sta per impattare, è un attimo. Ma per Alex non lo è, per lui tutto va al rallentatore. Nella sua testa fa in tempo a passare un turbine pensieri. Fai goal per me, per cancellare il mio errore. Per quelli che sono qui a sostenerci, che amano questa maglia quanto la amo io. Se la sbatti dentro nessuno si ricorderà della mia cazzata. Gonfia quella rete, fammi sentire quell’inconfondibile rumore del cuoio che frega contro quell’intreccio di fili. Fammi godere in quell’orgasmo collettivo del goal.  Fa saltare in piedi la curva, fai venire giù tutto. Fai cambiare quel maledetto zero sul tabellone. Tanto alla fine è quello che conta. La prestazione no, non se la ricorderà nessuno. Quello che conta è solo che quel pallone varchi quella stramaledetta linea di gesso. Fallo per me, ne ho bisogno!

 

L’attimo scorre, ma il pallone, quella linea, non la passa. Ad Alex rimangono solo le lacrime. Solo lacrime di rabbia. La gioia si è fermata sul piede del numero dieci rossoblù, la può vedere stampata sull’interno del suo scarpino. La gioia è nella mano dell’estremo difensore avversario, intrappolata nel guanto umido, nelle sue cinque dita. Stronza, maledetta, beffarda.

 

Caro Destro, questa sera non hai tradito noi tifosi, noi che volevamo – tanto quanto te – che quel pallone finisse in rete. A noi ci ripagherai nelle prossime partite, ne sono certo. No, questa sera hai tradito un tuo compagno che aveva bisogno di Destro, del vero Destro. Ne aveva bisogno per il suo riscatto, per trovare un uomo con cui correre sotto la curva a festeggiare, a urlare tutta la sua gioia, la sua rabbia. Poi l’hai tradito una seconda volta. Perché  Alex  era là, in lacrime in mezzo al campo, mentre infilavi il tunnel degli spogliatoi per primo, con la coda fra le gambe, senza salutare chi ti aveva incitato, sostenuto fino alla fine, quelli che ti amano solo perché indossi quella maglia. Alex no, è uscito per ultimo. Ha pianto, è venuto sotto la curva e ha alzato quel braccio, che in quel momento, pesava come il mondo. Ha chiesto scusa. E’ stato applaudito, abbracciato. Non scusato. Non ce n’era bisogno, perché la sua maglia era bagnata. Bagnata di sudore e lacrime. Questo a noi bastava.

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