Cosa ho fatto di male?

Cosa ho fatto di male?

di Matteo Rimondi

Ma cosa ho fatto di male?

«Perché, ci dovrà essere un motivo no?»

«… e poi dì, soprattutto, perché? Perché, ci dovrà essere un motivo no? Perché, forse la vita la capisce chi è più pratico. Hai un momento Dio, no perché sono qua, insomma ci sarei anch’io. Hai un momento Dio? O te o chi per te, avete un attimo per me?».

Non vorrei scomodare l’altissimo per questioni così banali come quelle calcistiche, però se Ligabue lo chiama in causa per sapere chi comprerà la sua squadra del cuore nel mercato estivo, pure io avrò il sacrosanto diritto di chiedere qualche spiegazione in merito a quello che sta succedendo? Si, perché per meritarmi una settimana con zero punti in due partite, quattro espulsioni, otto goal sul groppone, un match perso al minuto ottantanove in undici contro nove – più un infortunato -, una serie di delusioni al limite della sopportazione umana – si sta sempre parlando di calcio eh.. – e due figure di merda epocali, qualcosa di male avrò fatto?! Qualche domanda me la pongo: cosa cazzo ho combinato nella vita passata? Ero uno juventino e ho rubato consapevolmente troppi scudetti esultando smodatamente?

Stanno mettendo alla prova nostra fede? Dai ragazzi, non è possibile, questo è accanimento. Ad inizio partita si diceva: «Peggio di sabato non può andare». Ed invece è stato peggio, se possibile ha fatto ancora più male. Questa squadra non riesce più a produrre nulla, neppure contro un avversario normale, incerottato, che perde i due centrali titolari in cinque minuti, in doppia superiorità numerica e con un arbitro che applica il regolamento. A questo punto si passa alla speranza 2.0: autogol, harakiri, suicidio collettivo dell’avversario.

Questi parlano, parlano, parlano ma sono solo frasi che si perdono al fischio d’inizio. «Bisogna guardarsi allo specchio, negli occhi per capire cosa non va». «Bisogna rialzarsi». «Chiediamo scusa». Esattamente cosa me ne faccio delle vostre scuse dopo l’ennesimo scempio? Ci si aspettava una squadra cazzuta, che partisse a mille ed invece il Milan ci ha messi sotto, rullati. Va bene, abbiamo parcheggiato il classico pullman nella nostra metà campo e ripartiamo, non ripetiamo l’errore commesso contro il Napoli. Poi cresciamo, prendiamo campo, ne mandiamo fuori due, ma tiri in porta praticamente zero. Perché siamo lenti, al confronto di Pulgar, «er moviola» Andrade era una scheggia impazzita. Tocchiamo cinquanta volte la palla, pestiamo, pestiamo ma siamo sempre lì. Possiamo continuare a dirne di ogni su Destro – e non lo sto difendendo -, lo possiamo fischiare, lapidare, impalare, incollare su una poltrona della tribuna, ma cosa cambia? Entra Petkovic e gli zebedei mi rotolano nel fossato. Non siamo cattivi, determinati. Ma qualcuno si è accorto che Maietta ha fatto un fallo in due partite? Questi hanno lo sguardo della mucca che guarda passare il treno, sono vuoti, piatti, inconsistenti. Non c’è un leader, un trascinatore, qualcuno che abbia il coraggio di alzare la voce e mettere tutti davanti alle loro responsabilità.

Poi all’ottantanovesimo la coltellata letale, il diretto che stenderebbe un toro. In tre a coprire un uomo, palla in mezzo e fine dei giochi, fine dei sogni. Si materializza un incubo: l’ennesimo boato del pubblico avversario. Cala il silenzio, il gelo, non abbiamo neppure la forza di fischiare e ci restano solo le solite dichiarazioni senza senso. Se sei una società con le palle, non mandi Gastaldello e Da Costa davanti ai microfoni: ci vanno Fenucci e Bigon a farsi intervistare, a smadonnare, a responsabilizzare qualcuno, a darci un briciolo di speranza. Ma forse erano alla Coop a scegliere lo champagnino…

«Hai un momento Dio? No perché sono qua, se vieni sotto offro io. Hai un momento Dio? Lo so che fila c’è, ma tu hai un attimo per me…»

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