#maiunagioia

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Ventinove minuti spaventosamente brutti. Poi Gastaldello…

Le prerogative per vedere una bella partita di calcio c’erano tutte. Invece nulla, anche questa volta la regola che a Bologna è vietato festeggiare ha avuto la meglio. Non riusciamo proprio a sfatare il mito, l’alone di sfiga che si accanisce sul Dall’Ara ad ogni ricorrenza speciale. Quella fantastica curva che dovrebbe essere il dodicesimo uomo, pura adrenalina nelle gambe dei giocatori, si trasformata per l’ennesima volta in acido lattico, un insuperabile blocco mentale.

Il Bologna della prima mezz’ora è troppo brutto per essere vero. Una squadra impacciata, incapace di mettere insieme tre passaggi di fila, di uscire dal pressing alto e fastidioso della Fiorentina. Incapace di reagire mentalmente e fisicamente ad una difficoltà iniziale che evidentemente nessuno si aspettava. Masina spostato e sverniciato da un tocchetto d’anca di Ilicic, che va poi a cogliere un clamoroso palo, è l’istantanea del disastro. Mbaye disperso per il campo, mai in posizione e ripreso costantemente da Donadoni, il riassunto dello stato mentale della squadra. Un attacco mai innescato e incapace di calamitare un pallone per dare un po’ di respiro alla manovra, una sentenza sullo stato del reparto.
La chiusura della parentesi di partita vera è poi tracciata da capitan Gastaldello con un intervento inconcepibile. Il fatto è che non prova neppure a metterci una pezza, a entrare in scivolata per contrastare l’attaccante. La verità è che a quel punto non può più fare nulla, la cappella è fatta. A meno di miracoli il tabellone reciterà «zero a uno». Pazienza, siamo al trentesimo, mettiti il cuore in pace. Invece no, Daniele cala il tre di briscola con l’asso sul tavolo, il suo è un meditato suicidio. Una combo «rigore + espulsione» che è un verdetto: goal e fine della partita.
Però in quei primi trenta minuti c’è molto altro. Ci sono le difficoltà di un Bologna incerottato e in difficoltà a trovare validi sostituti. Secondo me c’è anche un problema in mezzo al campo: Nagy e Pulgar sono bravi, mi piacciono, ma non mi sembra che abbiano le doti per fare i registi, la capacità di dettare i tempi alla squadra. Sabato il cileno ha giocato duecento palloni all’indietro, tanto da meritarsi il commento «socmel Pulgar, sembri Zagorakis!». Oltre a questo c’è poi un arbitro che non perdona nulla ai rossoblù e permette tutto agli avversari. Il fallo di Borja Valero su Verdi è da giallo, lo spagnolo è saltato e ci mette la gamba, non si discute. Invece Verdi esce infortunato e Borja Valero continua a giocare con la fedina penale pulita: essendo il decimo minuto, per uno che pressa e recupera palloni, è una differenza non da poco. Come al solito, cornuti e mazziati.
Alla fine la Fiorentina ha commesso 16 falli contro i 7 del Bologna, ma e il conto dei cartellini gialli è di 3 pari, con Tomovic ammonito al 90’ per perdita di tempo. A me sembra che qualcosa non torni. Se poi pensiamo all’intervento assassino su Mbaye, che per l’arbitro è sul pallone, il tutto prende la piega del ridicolo. Questa striscia arbitrale «sfortunata» è diventata un po’ troppa lunga. Sinceramente cominciamo ad essere un po’ stanchi. Non vogliamo favoritismi, non vogliamo compensazioni a sfavore di altri, vogliamo solo giocare con le stesse regole.
Come dice Lino Banfi in “Occhio, Malocchio, prezzemolo e finocchio”: «Uomo, fermati! No, te lo devo dire… Ce l’ho sulla punta dei polmoni! Io ti odio a te! Hai capito?!? È un fatto di pelle». «In senso epidermico?». «No! Di pelle! Di rottura di pelle! M’hai rotto le pelle!».
MATTEO RIMONDI
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