Magico magiaro

Magico magiaro

Nostalgia canaglia: il nipote di Puskas che fece innamorare Bologna.

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Via degli Orefici, sede dell’ormai defunto Bar Otello, covo del tifo bolognese per antonomasia. Lì potevi infilarti in un tunnel senza fine di chiacchiere che andavano dallo scudetto del ‘64 all’attualità rossoblù. Da queste discussioni non avevi modo di fuggire se non con uno spiazzante “… eh beh oh, comunque mi stia bene!”. Lì dove sorgeva quell’istituzione rossoblù, potresti comunque fermarti e affermare distrattamente “magiaro…”, qualcuno che si girerà, sgranerà gli occhi e ti risponderà “Lajos Detari” lo troverai sicuro.

 

Lui, che se in giornata, dipingeva calcio come un novello Van Gogh riempiva la tela di colore pastoso e luce. Lui, il giocatore innamorato del pallone che poteva bersi mezza squadra avversaria e sul più bello sbagliare un goal da mezzo centimetro dalla porta. Lui, che se vedeva uno spiraglio, poteva tirare da trenta metri un missile imprendibile nel sette. Lui, uno dei giocatori più discontinui che abbiano mai calcato il verde prato del Dall’Ara. Lui, semplicemente “il magico magiaro”.

 

Detari muove i primi passi con le scarpette chiodate nella mitica Honved di Budapest. Dal 1984 al 1986 vince tre campionati e altrettanti titoli di capocannoniere. Ha 23 anni, troppo facile mettergli addosso l’etichetta di predestinato. A dirla tutta a lui quell’etichetta non dispiace per nulla. Nell’estate del 1987 viene acquistato dai tedeschi dell’Eintracht Francoforte. 33 partite e 11 goal, vince una Coppa di Germania e saluta la compagnia. Accetta la corte dell’Olympiakos Pireo. Ad Atene Lajos dà il meglio di sé: due stagioni da vero professore del calcio. 55 presenze e 33 goal. Nell’estate del 1990 il presidente dell’Olympiakos viene arrestato e Gino Corioni si presenta in terra ellenica con cinque miliardi delle vecchie lire:  torna a casa con il “nipote di Puskas”. Il Bologna del 1990-91, lasciamo perdere… più che altro quel Bologna le perde tutte e finisce in serie B. A Casteldebole si presenta la Juventus e Detari va in giro per l’America con i bianconeri. Solo che la vecchia signora, che non ha mai capito niente di calcio, gli preferisce un certo Roberto Baggio. Sacrilegio! Il magiaro, nel viaggio di ritorno dagli States viene (ri)paracadutato a Bologna. Voglia di restare: zero. Via Corioni, entra una nuova società: Gnudi, Gruppioni e Wanderlingh, entusiasmo a manetta. “Lajos resta per riportarci in serie A”. Infatti schiviamo per un pelo la serie C. “Grazie, a questo punto io andrei a Perugia”. “Vadi pure, arrivederla!”.

 

I due anni passati a Bologna per Lajos sono un vero tormento. Fisicamente non c’è. Si infortuna una partita sì e l’altra pure. Il primo anno totalizzerà 15 presenze, 5 goal e un menisco in meno. Ma soprattutto non si sente apprezzato, i compagni non lo capiscono, non parlano la sua lingua con la palla fra i piedi. Non sono compatibili: lui sa giocare a pallone, quelli che gli frullano intorno, no. Lui è superiore, ma in mezzo a cotanta miseria neppure il suo talento, il suo superbo destro, i suoi dribbling ubriacanti – e da quanto si diceva, non solo le sue finte erano soggette all’alcool – riescono ad incidere. Tutto quel talento è sprecato. Neppure in serie B, dove doveva essere il valore aggiunto, il trascinatore, Lajos riesce ad esprimersi al meglio. 27 partite, 9 reti e il goal più bello di tutto il campionato: una punizione di rara potenza da trenta metri. Un po’ deludente per uno che sa vincere le partite da solo. Del resto la sua tecnica sopraffina non può essere relegata ai campetti di provincia. Detari litiga con allenatore, compagni, arbitri, magazzinieri e giornalisti. “L’ho sbagliato apposta, così i miei compagni impareranno a passarmi di più la palla”, dice all’intervistatore dopo un goal sbagliato praticamente a porta vuota. Un vero uomo spogliatoio. Andrà via dicendo: “A Bologna non mi hanno mai amato. Ad Atene ero il loro idolo, qui non mi hanno mai incitato”. Mai dichiarazione fu più sbagliata. Ma in quegli anni, nella Bologna del calcio, tutto era sbagliato.

 

Trequartista, un metro e ottanta di pura tecnica, indolenza, visione di gioco paragonabile ad un GPS e un cervello irrorato a targhe alterne. Lui era così, prendere o lasciare. Se era in giornata ti poteva far sognare per novanta minuti. Se ne aveva voglia, con il pallone fra i piedi poteva far quello che voleva. Giocava perché era superiore, era il calcio fatto a persona, non per dimostrare qualcosa. Non doveva dimostrare nulla, perché lui era Lajos Detari.

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