L’importanza di chiamarsi Angelo

L’importanza di chiamarsi Angelo

La «dura» vita di un numero dodici.

Su un campo di calcio ci sono undici giocatori. Dieci fanno lo stesso sport, sono vestiti nella stessa maniera, si passano la palla, tentano di fare goal. Poi c’è uno che fa un altro sport, che piuttosto di vedere varcare quella linea al pallone si farebbe espiantare qualche organo. Il portiere. E’ l’ultimo baluardo, l’ultimo ostacolo alla gioia del goal. Per lui non ci sono mezze misure, c’è solo un concetto: palla dentro o palla fuori. Lo chiamiamo estremo difensore perchè estremo è il suo modo di vivere la partita: i novanta minuti domenicali li passa solo contro tutti, solo contro l’odiato avversario che non vede l’ora di avere l’occasione giusta per superarlo, per punirlo, per dedicargli un’esultanza sprezzante. Per fargli raccogliere la palla in fondo alla rete, ultimo gesto di una sconsolata resa.

Questa è la dura vita del portiere. Ma pensate cosa può voler dire essere un numero dodici, uno come Angelo da Costa, uno che «deve» pensare in maniera diversa. Devi stare sempre sul pezzo anche quando sai già che la domenica ti accomoderai in panchina. Allenarti con la stessa intensità di quell’altro che è indiscutibilmente il numero uno, senza la speranza che il mister si volti e ti dica «alza le chiappe e scaldati». Poi, quando meno te lo aspetti, arriva il tuo momento e devi essere pronto, devi essere già in campo concentrato, lesto a respingere tutto quello che passa dalle tue parti. Non hai il tempo di ambientamento, niente esame di riparazione. Niente scuse per il primo intervento mancato, niente «era ancora freddo». Se un terzino sbaglia il primo pallone non se lo ricorderà nessuno, ma se tu fai una «cappella» se lo ricorderanno tutti. Del resto sei il guardiano dei sogni di noi tifosi.
Da Costa è tutto questo. Nelle ultime partite ci ha regalato tante grandi parate che hanno portato in dote punti, ma tutti discutiamo di quelli che il Bologna ha perso. Anche ieri sera Angelo è stato decisivo, sfoderando interventi determinanti come l’uscita a quattro di bastoni su Pellissier a tempo scaduto. Senza quella parata, i minuti finali potevano trasformarsi nell’ennesima beffa, più di un tifoso rossoblù sarebbe finito dritto al Roncati. Già così i minuti di recupero sono una sofferenza, pensate cosa potevano diventare se quell’ultima palla, al 90°+3, fosse finita in rete. Un incubo. Invece no, c’era Angelo a spazzare via le nostre paure, a ricacciare in gola l’urlo al Bentegodi, a ribadire che prima di fare goal te la devi vedere con lui.
Angelo tifa per il suo miglior nemico e una volta che Mirante si sarà ristabilito si risiederà in panchina, con il sorriso che lo contraddistingue, felice di restituire quel pugno di incoraggiamento al compagno. Comunque vada Angelo Da Costa sarà sempre lì, pronto a metterci «una pezza».
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