Lavori in corso e Umarells astensionisti

Lavori in corso e Umarells astensionisti

Toccato il fondo e cominciato a scavare. Adesso copriamo la buca, please.

di Matteo Rimondi

“Quando pensi di aver toccato il fondo è giunto il momento di cominciare a scavare”. La frase non è certo mia, ma calza a pennello con la situazione che si è venuta a creare. Il fondo pensavamo di averlo toccato sabato pomeriggio (Torino), invece no, nel Tuesday Night della 34a giornata, questi cuori impavidi rossoblù hanno pensato di scavarsi una bella buca profonda, abissale, sono quasi riusciti a passare dall’altra parte del globo. Si diceva: il Bologna contro le grandi squadre si trasforma, trova motivazioni, gioca sempre grandi partite. Si, il Bologna, non questa accozzaglia ridicola.

 

Distrutti, triturati, asfaltati senza colpo ferire. Sul tre a zero ho avuto pietà di loro, di me e della mia salute mentale. Sei a zero, game, set, match. Quello zero è molto più di un numero: racconta la cattiveria, l’agonismo, la verve della squadra. Zero tiri in porta. Zero occasioni. Zero falli maleducati, quelli fatti per dire: «Ragazzi, siete a quattro, bona lè che poi ci si fa male!». Zero di zero. Del resto, alla lettura delle formazioni, arrivati a Constant e Acquafresca qualche dubbietto ci poteva pure venire. Scemi noi! Il San Paolo comunque era rimasto un po’ interdetto, «Azz, e chi minchia è ‘sto Acquafresca? Ce stava uno che giocava anni fa, sarà à soia criatura?!». No tranquilli, era proprio lui! Ma non voglio infierire su Fresca, penso sinceramente che abbia davvero poche colpe. Era sul divano in canotta, pantofole e birrona quando Donadoni, in versione Mago di Segrate – Diego Abatantuono in Grand Hotel Excelsior -, lo ha letteralmente lanciato nella mischia. La domanda sorge spontanea: perchè?

 

Franco Scoglio diceva: “Voglio giocatori con attributi tripallici. Quelli che hanno tre palle fanno il pressing, quelli che ne hanno due giocano al calcio”. Lascio a voi le conte “andrologiche” sui nostri eroi scesi in campo martedì…

 

Fortuna che c’è poco tempo per rimuginare, per fare calcoli, tabelle di marcia. Cinque giorni dopo c’è una partita da giocare, ma da giocare davvero! Una partita da vincere per forza, senza se e senza ma per guadagnare tre punti. Non importa come, potranno essere brutti, sporchi, cattivi, ma devono essere tre. Perché quelle dietro posso pure continuare a perdere, ma il Bologna, dopo la defibrillazione di Napoli, un segnale di vita lo deve dare, l’encefalogramma si deve muovere, si deve risentire il battito.

 

Arriva domenica, arriva il Genoa e il Dio del calcio ripaga la nostra fede. Alle 13.00 di un giorno che promette solo pioggia, smette improvvisamente di diluviare e sul Dall’Ara si materializzano quattro ore di siccità. Partita per pochi intimi, gli Umarells hanno paura di bagnarsi e lasciano il loro posto in prima fila sui lavori in corso. Donadoni si risveglia dal lungo torpore e mette in pista una squadra con un senso. Rossetini, grazie a Dio, viene spostato sulla fascia destra e dall’altra parte ricompare magicamente Masina al posto di PippoFrancoIperabbronzato Constant. Ciccio Brienza prende il posto (più o meno) dello squalificato Diawara e là davanti Giaccherini e Rizzo coadiuvano il puntero Floccari. Tanti gli over 30 in campo, della serie “Bimbo tranquillo, oggi in campo ci vanno i vez. Guarda come si fa”.

 

Il Bologna parte subito con un piglio molto diverso dalle ultime uscite. Sarà grazie alla scoppola di Napoli, agli esami di coscienza, alla riapparizione di Corvino o all’incontro con i baldi giovani della curva. Sarà quel che sarà, ma i rossoblù di casa sono sul pezzo. Ciccio, in versione stratosferica, verticalizza come se non ci fosse un domani e al minuto 12 la magia per Giak è servita: 1 a 0 e fine di un incubo. Pavoletti prova a rimetterci sul filo del burrone, ma ci pensa «Mirante!» a tirare giù la saracinesca. Bisognerebbe chiudere la partita per non soffrire le pene dell’inferno. Oggi basta chiedere: 63o, Floccarone fa goal nell’unico modo possibile per un giocatore che non tira mai in porta: farsi rimbalzare la palla addosso. Maledetto geniaccio! Il  difensore tenta di ripulire l’area ma Sergio gli fa «specchio riflesso faccia da fesso». Tua, chiuso, due a zero e tanti saluti ad un Genoa che appena mette il naso fuori dal Marassi soffre di una saudade simile a quella dell’Imperatore (Adriano) nel periodo del carnevale di Rio (2 vinte, 4 pareggi e 12 sconfitte).

 

Quaranta punti raggiunti. Il respiro è ancora un po’ incerto ma c’è battito. La buca che il Bologna si era scavato durante questa orrenda settimana é stata parzialmente riempita. Parzialmente, perché quella partita in casa con il Toro e le sei pere di Napoli fanno ancora male. Ci sono ancora tre partite per colmare quella voragine, per tornare ad essere perdutamente innamorati e fare pace con il passato.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy