L’attimo fuggente

L’attimo fuggente

Attimo: spazio brevissimo di tempo, istante. Un attimo nel calcio ti può cambiare la vita, nel bene o nel male. Il 2 giugno 1996 il numero dieci del Bologna ha saputo cogliere l’attimo fuggente. Da quell’istante è entrato nella storia rossoblù.

 

Bologna contro Chievo, penultima di campionato. Il Bologna vuole tornare in paradiso. E’ un treno lanciato ai trecento orari senza freni. Ha da poco raggiunto la stazione della Serie B, ma è sparato verso la fermata successiva, la Serie A. Il Chievo invece si deve salvare, vuole il più classico dei pareggiacci. I rossoblù non giocano la loro migliore partita della stagione. La tensione è palpabile, si respira nell’aria. Aria pesante da ventisette gradi all’ombra.

Ma non sono ventisette gradi uguali per tutti. No, perché se un alieno fosse atterrato quel pomeriggio al Dall’Ara avrebbe visto trentacinquemila persone accaldate sugli spalti, ventitre personaggi sudati fradici in campo e un’altra ventina dalle parti delle panchine. Fra questi ultimi avrebbe messo a fuoco uno strano personaggio indemoniato. Che sembri la bambina dell’Esorcista non è un problema, quello che davvero colpisce è che indossa un cappotto. Che sia blu è irrilevante. Ulivieri lo porta ormai da mesi, è un cicinino scaramantico. L’ufo avrebbe sgranato gli occhi: “Bè fa fèt con il cappotto? Ma non senti che caldo che fa?!”. Ma Renzaccio non sente nulla, ha la faccia più tesa della corda di un arco pronto a scoccare la freccia. E che freccia!

La palla non vuole entrare in quella porta sotto la curva San Luca. Il portiere clivense Giannello, al minuto 43 del secondo tempo, dice no anche ad Olivares. Bon, è finita, festa rimandata. Invece no, perché il calcio, come dicevamo, è fatto di attimi. Ci sono ancora quattro minuti di recupero. Ma cosa vuoi fare in quattro minuti, sono tutti stanchi morti, c’è un caldo che suda la lingua in bocca! Eh, ma duecentoquaranta secondi sono tanti, prova a contarli. Uno, due, tre, quattro… duecentotrenta, Torrisi lancia lungo, duecentotrentuno, Bresciani fa sponda di testa per Valtolina, duecentotrentadue, Valtolina apre sulla destra per Doni, duecentotrentatre, Doni la crossa di prima, duecentotrentaquattro, Bresciani anticipa tutti sul dischetto del rigore, duecentotrentacinque, stacca di testa, impatta la palla e la rete si gonfia, duecentotrentasei.

Detta così sembra facile, ma ci vuole una congiunzione di momenti perfetti. La palla arriva a Doni che la crossa di prima. Si certo, cross di prima, ci vuole il piede per farlo. Ma anche se hai il piede, ti può capitare la sfiga che il giardiniere si sia distratto un secondo e abbia lasciato un ciuffo d’erba più lungo. La palla devia di quel mezzo centimetro e ti finisce in curva, tipo i traversoni di Garics. Presente? Invece no, in quel momento il Dall’Ara è un panno da biliardo e invece di Gyorgy c’è un cinno che in quell’anno ha fatto vedere cose egregie. Gli arriva la sfera, guarda in mezzo e non ci pensa un secondo. !Bum! Quando parte il pallone si capisce che il cross è perfetto, ha i giri giusti. Però. Però, lì in mezzo ci deve poi anche essere un elettrotecnico del calcio. Ma non uno qualsiasi, un elettrotecnico con specializzazione in goal. Perché se parti con un attimo di anticipo arrivi sulla palla troppo presto, la prendi sotto e ti va alle stelle. Se invece parti tardi te la vedi sfilare davanti, provi ad allungare il collo, ma lei è passata e tanti saluti, la sfera ti sfugge beffarda a mezzo centimetro dalla faccia. Invece lì in mezzo c’è il numero dieci, Giorgio Bresciani. Ventisette anni, non un fenomeno, ma uno che i goàls li sa fare. Giorgio dovrebbe essere il bomber che trascina i rossoblù nella massima serie, ma a novembre Gazzoni prende Cornacchini dal Perugia e la sua stagione si complica. Fra i due nasce un difficile dualismo. Ma il fato – travestito da Ulivieri – vuole che in quel momento in campo ci sia lui. Giorgino parte nel momento giusto, affianca i difensori sul dischetto del rigore e gli prende quel metro di vantaggio che gli consente di staccare solitario. Al Dall’Ara il tempo si ferma, va a rallentatore. Bresciani vola incontro alla palla, cammina sospeso in aria, allunga il collo. Il gesto non è perfetto, di più. Impatta la palla in piena fronte. Il tempo riprende il suo passo. !Bum! Si gonfia la rete. Goal!

Giorgio Bresciani si è giocato benissimo quell’istante. In quello spazio brevissimo di tempo si è trasformato da giocatore del Bologna a GiorgioBrescianiDiQuelBolognaChievo.

… duecentotrentasette, duecentotrentotto,duecentotrentanove, duecentoquaranta. Serie A.

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