La prima A non si scorda mai

La prima A non si scorda mai

E’ da giorni che ci penso e sono giunto ad una conclusione. Per un tifoso del Bologna, specie se nato dopo il settanta, una promozione dovrebbe essere considerata come uno scudetto,  stessa valenza legale. Quindi è deciso, mi appiccico sulla maglia una “manita” di tricolori. Quella dalla C alla B del 1984 non la ricordo, ma le altre le ho vissute tutte e vi devo dire che la prima promozione è come il primo amore, non si scorda mai.

Correva l’anno 1987-1988. Il Bologna viveva da anni nell’inferno del calcio. Mio papà ci provava a convertirmi alla causa. Avevo dodici anni, andare allo stadio mi piaceva, però serviva una svolta, una grande emozione per indossare i colori rossoblù e non mollarli più. Ed eccola arrivare. Un certo Gino Corioni, imprenditore nel campo dei sanitari – dicesi cessi – porta a Bologna Luigi Gigione Maifredi, agente di commercio specializzato in champagne e panettoni. Champagne e panettoni? Che cavolo c’entrano con il calcio? Ah, lo sai poi te. Vai a vedere su Google! Si, è il 1987, non era nato manco l’inventore di Google! Si narrava che avesse allenato l’Orceana e l’Ospitaletto. Chi?! Orceana e l’Ospitaletto, chiaro no?! Insomma. A parte un certo Eraldo Pecci, già visto sulle figurine Panini con altre maglie, gli altri componenti della squadra, per me, erano emeriti sconosciuti. Come se aprissi l’almanacco del calcio e leggessi la formazione della Paganese.

Cusin, Villa, De Marchi, Monza, Quaggiotto, Stringara, Pecci, Marocchi, Poli, Pradella, Marronaro. A disposizione del mister: Luppi, Ottoni, Strada, ecc.. ecc..

Quel Bologna giocava in un modo assurdo. Lo chiamavano calcio champagne, forse perché sembravano tutti ubriachi. Pressavano gli avversari anche quando andavano in bagno. Particolare da non dimenticare: il portiere poteva prendere il retropassaggio con le mani. Ma ci pensate alla follia di quella tattica? Io ti vengo a pressare fino al limite dell’area e tu puoi passare la palla al portiere che la può prendere e rinviare con tutta tranquillità. Solo che gli avversari ci rimanevano troppo male, erano accerchiati e non sapevano cosa fare con quella sfera fra i piedi. Stammi ben lontano! Vuoi la palla? Tienila, ma stammi lontano! Pecci era il fulcro del gioco, la mente. Tutti gli altri erano lì per correre, segnare e metterci il cuore. C’erano anche i piedi buoni, non scherziamo. Marocchi, Stringara, mica male. Non si diventa il Mitico Villa per niente. Lorenzo Marronaro, ventuno reti, capocannoniere di quella B imbeccato da Fabio Poli. Insomma una signora squadra.

Il Dall’Ara era ancora old style, niente orrenda impalcatura verde. Si giocava per i due punti, le partite erano tutte di domenica pomeriggio, dalle 14:30 alle 16:30, in funzione della luce solare. Ma vi rendete conto! Niente cellulare, no selfie. Niente tessera del tifoso e tornelli. I biglietti si prendevano dai bagarini ed erano nominali, se ci scrivevi il nome con la biro. Ma di che era geologica stiamo parlando? Prima glaciazione? No no, solo ventisette anni fa! Oh, il Civ c’era già ed era identico! Tranquilli!

Ma il bello deve ancora venire. 29 maggio, quart’ultima di campionato, Bologna-Piacenza 1-1. Si torna a casa un po’ mesti. Ok, la A è cosa ormai fatta, ma se si vinceva oggi si poteva festeggiare, uffa! Ma uffa cosa? Và che siete promossi! Si, il Bologna era in serie A con tre giornate di anticipo, grazie alla classifica avulsa, ma nessuno lo sapeva. Ero in macchina con i miei ed era ormai sera quando spuntano le prime bandiere. Cominciano a suonare i clacson. Ma sono matti questi? Ma sa fet, porta sfiga! Alla radio arriva la notizia: serie A!

Comincia la festa, si va in piazza. Una roba da matti, tutta Bologna è rossoblù. Un’emozione indimenticabile. Quello che serve per innamorarsi.

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