Il fu Eriberto Conceicao

Il fu Eriberto Conceicao

Nostalgia canaglia. Storia di un Eriberto che diventò un Luciano.

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Qualche tempo fa mi sono imbattuto in un film che mi ha riportato alla mente una vicenda che ha coinvolto il nostro Bologna. La pellicola è “Big Eyes” di Tim Burton e narra la vera storia di Margaret Keane, pittrice degli anni cinquanta e sessanta e del marito Walter, ritenuto per anni il vero autore delle opere della moglie. Margaret, dopo anni di accondiscendente anonimato e grande patimento interiore, decide di lasciare il marito e far sapere al mondo qual è il vero volto dietro la firma sulla tela. Vi ricorda qualcosa?

 

Eriberto Conceicao da Silva, per tutti Eriberto e basta. Brasiliano, classe 1979, arriva a Bologna nell’estate del 1998, pagato cinque miliardi delle vecchie lire dall’allora direttore sportivo Oreste Cinquini. Viene dal Palmeiras, ha 19 anni, è veloce e con la palla al piede ci sa fare. In campo è confusionario e incostante, però è giovane e alla sua prima esperienza in Europa. Come si suol dire «si deve fare le ossa».

 

Alla settima giornata di campionato il Bologna sbarca a Venezia. E’ il 31 Ottobre, è il giorno di Eriberto. Minuto 72, Iachini tenta di liberare l’area dei lagunari, sulla respinta si avventa Binotto che dal limite dell’area fulmina Taibi. Uno a zero, tutto molto bello, peccato che il goal di Jonatan non se lo ricorderà mai nessuno. 94o, tutto il Venezia è in attacco alla ricerca del pari. Tutti, compreso il portiere. Buonocore batte una punizione da codice penale: dal limite destro dell’area tenta un passaggio orizzontale per un compagno. A metà strada però c’è il nostro eroe: il cinno ruba palla e parte a tutto gas. Arrivato a centrocampo un gondoliere prima tenta di prenderlo per la maglia, poi prova a stenderlo con un’entrata assassina. Niente, il rossoblù è troppo veloce, è un treno lanciato a tutta velocità, non si prende, non si ferma. Il pendolino vola via e senza difficoltà deposita la sfera in rete. Due a zero e tanti saluti al futuro feudo Tacopiniano. Benvenuto Eriberto.

 

«Eriberto, idolo locale, noi con te ci vogliamo ubriacar! Ale alè, ale alè». Lui ci prende troppo in parola: in campo sono più le partite sbagliate che quelle azzeccate, l’entusiasmo del dopo Venezia si trasforma presto in scetticismo. Pian piano il ragazzo finisce ai margini e l’incidente provocato imboccando i viali contromano e alticcio è la goccia che fa traboccare il vaso. Dopo due anni in rossoblù Eriberto passa in comproprietà al Chievo e lì resta. Bye bye Eriberto.

 

Estate 2002, il ragazzo è maturato nel Chievo dei miracoli e sta per passare alla Lazio. Fermi tutti! Bisogna riscrivere la storia: «Buongiorno, mi conoscete come Eriberto Conceicao da Silva ma in realtà sono Luciano Siqueira de Oliveira… ma potete chiamarmi solo Luciano». Urca! «Ah, dimenticavo, non sono nato nel 1979, ma quattro anni prima, nel 1975». Azz! «Facevo i provini e venivo scartato non perché non ero buono, ma perché avevo vent’anni. Così un losco figuro mi ha procurato una carta d’identità falsa con un lifting di quattro anni. Il Palmeiras mi ha preso subito». Socmel! Si scatena un putiferio, l’esterno brasiliano rischia di finire in carcere. Alla fine è solo il tribunale sportivo a dichiararlo colpevole: un anno di squalifica. Poi ci ripensa, ha ammesso tutto, si è pentito, bastano sei mesi e una penale di 160.000 euro.

 

Ho sempre pensato: «Ma chi gliel’ha fatto fare?». Giocava stabilmente in serie A, guadagnava un sacco di soldi, perché tirare fuori questo casino? Perché rischiare di rovinarsi la vita e la carriera? Non se ne poteva stare zitto? Ed è qui che il film mi ha mostrato la vicenda da una prospettiva diversa. Perché le sgroppare, gli assist, i goal di Eriberto erano come i quadri di Margaret: belli, facevano sognare i tifosi come i compratori dei dipinti, ma non erano davvero loro. Portavano nelle tasche tanti soldi, davano una vita agiata, ma era la vita di un altro. Evidentemente era un peso troppo grande da portare sulle spalle di un ragazzo venuto dal nulla, cresciuto senza genitori ma che genitore era diventato. Ed ecco che anche il figlio era di quell’ingombrante Eriberto. Man mano che passava il tempo diventava sempre più vorace, voleva tutto lui, le sue sgroppate sulla fascia, i suoi assist, i suoi goal, la sua vita.

 

Forse quel 31 Ottobre 1998 Luciano ha cominciato a correre così forte per lasciarsi alle spalle un’ombra. Ha continuato a correre instancabile per anni, inseguito da quello scomodo fardello. Poi un giorno si è fermato, si è girato ed Eriberto non c’era più. A quel punto ha potuto riprendere in mano la sua vita e metterci la sua firma.

 

«Ehi Eriberto, me lo fai un autografo?». «Certo. Con affetto, Luciano».

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