Diritti e Doveri

Diritti e Doveri

C’è stata una partita, ma é stato un contorno, un orpello quasi evitabile.

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É stata una festa, la nostra festa e non sono riusciti a rovinarcela. Ci hanno provato, era prevedibile, ma è stata una goccia sporca in uno splendente, cristallino, mare d’amore rossoblù. «Celebrate the Glory». Bellissimo il simbolico passaggio della maglia dalle mani del mitico Schiavio – quello che sollevò la prima Champions League della storia – a quelle di capitan Gastaldello. Meraviglioso lo striscione che ci ha vestito con i nostri colori, i nostri simboli, il nostro orgoglio. Bolognesi siamo noi, abbiamo voluto ribadire a tutti.

 

C’è stata una partita, ma é stato un contorno, un orpello quasi evitabile. Alla lettura delle formazioni l’unica vera novità é quella di Da Costa. Bravissimo Donadoni, Angelo è stato uno degli artefici della promozione e potrebbe probabilmente giocare titolare in mezza serie A. Si meritava questo, non un contentino, non una qualunque partita contro il Chievo.

 

Pronti, via. Ci sarebbe un rigore grande come una casa su Floccari, ma l’uomo con in fischietto in bocca sorvola. Non si può dare un rigore dopo sei minuti, dai! Un giro di lancetta e ci sarebbe un doppio cartellino arancione: Mauri e Bacca mettono le mani in faccia a Diawara dopo un contrasto. Non si potrebbe, ma vuoi espellere qualcuno dopo così poco? No dai, non scherziamo, basta un doppio giallo a casaccio. Corner per il Bologna, Rossettini stacca tutto solo in mezzo all’area ma la mette fuori. Vacca boia! Minuto 12: l’arbitro decide di ergersi a protagonista della notte rossoblù: Diawara entra su Montolivo, l’intervento è deciso ma estrarre il secondo giallo con il conseguente rosso è a dir poco esagerato. Però per il buonsenso a maglie alterne di Doveri è sacrosanto. Restiamo in dieci e il Dall’Ara diventa una bolgia: standing ovation ad ogni fischiata del supremo giudice, «olé» ad ogni passaggio rossonero, «é rigore!» ad ogni tuffo ospite nelle vicinanze dell’area. Insomma, una costante presa per il culo per la mediocre giacchetta nera. C’è poi la quasi parata di Da Costa sul sacrosanto rigore milanista, un bellissimo secondo tempo rossoblù che mette sotto i poveri diavoli – squadra veramente inguardabile -, Gastaldello che non inquadra la porta di un amen e una mancata espulsione del neo entrato Bertolacci per un intervento da dietro dopo aver preso il primo cartellino per un tuffo in area. Ma vuoi cacciare uno dal campo dopo quindici minuti? Poi dicono che la sudditanza non esiste. Al minuto 89 riusciamo pure a pareggiare, ma la bandierina dell’attento assistente è una mannaia che si abbatte sui nostri sogni. Il triplice fischio mette fine ad un match falsato dal classico amico antipatico e rompicoglioni che si imbuca alla feste, si ubriaca e fa un casino. Siamo un po’ stanchi di tutto ciò, ma come al solito ce ne facciamo una ragione: Bolognesi siamo noi.

 

Siamo ai titoli di coda ma non è finita. No, perché dal tunnel che porta al campo spunta lui: Joey Saputo, il padrone indiscusso di tutti i nostri sogni rossoblù. Bello come un Dio greco, riposato come un bimbo anche dopo quindici ore di volo transoceanico, quando io sono stravolto dopo due ore di treno. Dresscode inappuntabile, sento il suo profumo di dopobarba anche in mezzo a tutta questa incivile marmaglia. L’occhio è un po’ lucido per l’emozione ma le sue mani, fresche di estetista, si muovono sicure, ci salutano, ci benedicono solenni con gesti di ringraziamento. Un tifoso, accasciato sui gradoni per una storta, si rialza e riprende a correre felice, altri si ritrovano un assegno in bianco nella tasca dei jeans. Ragazzi, lui ringrazia noi! Ci ha salvato dalla bancarotta, ci ha ridato uno stadio, una società, una squadra di cui essere orgogliosi. Ha trapiantato un cuore sano al malconcio Bfc e quello commosso è lui. Taco, non so come tu abbia fatto a portare Saputo a Bologna – e forse non mi interessa – ma in questa bellissima notte orgogliosamente bolognese, un «grazie» va anche a te.

 

Torno a casa contento ed emozionato nonostante la sconfitta. Mi infilo sotto le coperte e guardo la mia compagna. «Buona notte» mi dice lei con occhi assonnati, «Ma quanto è bello Joey?» rispondo io prima di chiuderli e sognare un grande Bologna.

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