Cosa manca al Bologna per il salto di qualità?

Cosa manca al Bologna per il salto di qualità?

Una partita brutta, piatta e noiosa, quella tra Bologna e Chievo, resa ancor più insopportabile dal risultato finale e dalla consapevolezza che questa poteva essere davvero l’occasione giusta per il salto di qualità. Nulla di preoccupante, comunque: cerchiamo di capire perché.

Quella offerta contro il Chievo è stata la peggior prestazione al Dall’Ara del Bologna di Donadoni. Non male, al netto di una sconfitta evitabile e francamente immeritata. Non male, perché il Bologna ha provato in tutti i modi a vincere, contro un avversario rognoso, sceso in Emilia per giocare la partita brutta, piatta e noiosa che poi è stata. Non male, anche se le palle girano, e parecchio.

Girano – ed è cosa buona e giusta che girino – perché quella di ieri era una straordinaria occasione per fare finalmente capolino nella colonna di sinistra della classifica, compiendo quel salto di qualità – non ancora definitivo, ma fattivo – che in tanti ci auguriamo da un po’ e che questa squadra. Ed è stata proprio la qualità a mancare, più ancora della convinzione, della compatezza e della determinazione, al Bologna di ieri. Tutto normale, a pensarci bene: le assenze dei vari Diawara, Mounier, Brienza e Rizzo si sono fatte sentire, eccome. Le alternative non sono state altezza dei titolari, cosa più che prevedibile: è appunto di alternative, che stiamo parlando. Nonostante questo, sul banco degli imputati – oltre a Destro (di cui diremo a breve) – sono saliti Pulgar, M’Baye e Falco.

Prestazioni molto differenti quelle offerte dai tre rossoblù, per quel che ho visto io. Ai limiti della sufficienza (forse anche oltre, specie in fase di non possesso) quella del cileno, di nuovo titolare a più di tre mesi di distanza dall’ultima apparizione dal primo minuto (a Torino, contro la Juve) e per la prima volta – in Italia – nel ruolo di regista; non era facile sostituire l’enfant prodige Diawara e in effetti la prestazione di Pulgar non è stata all’altezza del giovane guineano, ma di Diawara (o di Paredes, se preferite) ce ne sono un paio a star larghi in ogni campionato e, al netto di qualsiasi paragone, Pulgar ha fatto quello che era lecito attendersi da un giocatore come lui, che per mille e più ragioni ha ancora ampi margini di miglioramento.

Discorso diverso per M’Baye e per Falco: al senegalese (classe 1994, va sempre ricordato) non ha difettato l’impegno, ma la mancanza di fiducia e il bisogno di dimostrare qualcosa, a tutti i costi, che ne deriva, finisce con l’esasperare gli evidenti limiti tecnici del giocatore, che forse avrebbe bisogno di resettare tutto – di cambiare aria, insomma – per ritrovare la propria strada; l’atteggiamento Messi del Salento (per favore…) è invece da biasimare, come del resto ha fatto mister Donadoni, in campo e ne post partita: un giocatore certamente talentuoso, ma che deve ancora ampiamente dimostrare di meritare la serie in cui gioca e che per questo non può – anzi, non deve – entrare in campo con la sufficienza e la superficialità dimostrate ieri; per meritarsi un’altra occasione, al buon Filippo potrebbero non bastare i salti mortali – ed è giusto così.

Pulgar, Falco, M’Baye. Non stiamo parlando di titolari, anzi in almeno un caso – quello di Falco – si tratta dell’alternativa dei rincalzi (e infatti ieri non è nemmeno partito titolare), anche se Pulgar e soprattutto M’Baye sono giocatori su cui la società – o Corvino, se preferite sminuirne il lavoro – ha puntato forte. Trovatemi , se riuscite, una società con gli stessi obiettivi del Bologna che possa contare su riserve delle riserve del valore di Falco. Diverso (per mille ragioni) è il discorso su Destro, protagonista di una prestazione insufficiente, macchiata dall’errore dal dischetto che poteva sbloccare una partita da sbadigli.

Premessa: Mattia ieri non stava bene, menomato da un piccolo problema fisico accusato venerdì che l’ha messo in dubbio per qualche ora (tanto da costringere il Bologna a richiamare Mancosu, già a Carpi). Detto questo, Destro ieri ha dimostrato di non essere ancora mentalmente pronto al cambio di passo: non è facile reagire a un errore dal dischetto, ma i grandi giocatori sono tali proprio perché fanno anche le cose difficili; e Destro, se vorrà diventare un grande giocatore, dovrà migliorare – e tanto – sul piano mentale, mantenendo elevato lo standard delle proprie prestazioni anche quando le cose non vanno.

Non era facile nemmeno dal punto di vista tattico la partita di ieri, per Destro: il 3-5-2 pensato da Donadoni – che sperava, anzi pensava, di avere già a disposizione altri giocatori: quanto è difficile fare l’allenatore con il mercato aperto… – ha annullato il Chievo, mai pericoloso fino all’occasione del gol di Pepe, ma non ha garantito alla prima punta il necessario sostegno, quello che il solo Giaccherini (indispensabile o quasi per questa squadra) non poteva essere in grado di garantire da solo. La giornata-no di Masina e la scarsa propensione agli inserimenti e alla verticalità di Brighi hanno finito per lasciare troppo solo un attaccante che ha invece abbisogna come il pane del sostegno della propria squadra.

Analizzato quel che ieri non è andato e martellatici a dovere gli zebedei, guardiamo anche quello che invece ha funzionato – e che potrà funzionare, in prospettiva. Benino la difesa, che al netto dell’assenza di Maietta non è mai andata in affanno contro Birsa, Inglese e Paloschi (ma è mancata in fase di impostazione); bene (come già detto) Giaccherini e bene anche Taider, che dopo l’esclusione di Torino sembra essersi deciso a fare le cose per bene. E poi, c’è il mercato: le lacune evidenziate dalla partita di ieri (e non solo) saranno in larga parte colmate dalle operazioni a cui il Bologna sta lavorando da tempo; in settimana arriveranno Floccari e (quasi certamente) Zuniga, in attesa di poter mettere le mani quantomeno su un esterno d’attacco di qualità e, se possibile, su un centrale di difesa e di un centrocampista di qualità.

Basterà per entrare nelle prime 10? Perché no: il decimo posto – occupato proprio dal Chievo – è poi lì, ad appena quattro punti di distanza, mentre continuano a rimanere sette i punti di vantaggio sulla zona salvezza. Bene, benissimo, ripensando a quando – non più tardi di due mesi e mezzo fa – la permanenza in Serie A veniva vista da molti (non solo tifosi e giornalisti, ma anche giocatori e dirigenti) come una vera e propria impresa. La squadra è cresciuta, cresce e continuerà a crescere, anche (e sopratttutto) grazie a partite come quella di ieri, che non deve intaccare la convinzione che questa squadra, se continuerà a lavorare come ha sempre fatto, potra togliersi – e toglierci – diverse soddisfazioni.

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