Lettera di un tifoso psicoterapeuta

Lettera di un tifoso psicoterapeuta

Riceviamo e pubblichiamo integralmente la lettera di Michele Bisato, psicoterapeuta e tifoso rossoblù

di Redazione TuttoBolognaWeb, @TuttoBolognaWeb

Non bastano i 3000 a Udine. Non basta la spinta che sta dando l’allenatore. C’è comunque qualcosa che manca sul piano psicologico. Questa è una squadra che finisce comunque ogni volta ,o quasi, per essere autoreferenziale. In negativo. Chiusa su se stessa. Il salto di qualità non vuol essere visto e fatto dalla squadra stessa.
L’errore individuale, determinante o quasi, è il risultato del non riuscire a vedere oltre la propria scarpa.  Non c’è solo la curva, non c’è solo chi va allo stadio. C’è un’intera città, un senso d’identità, che non viene recepito. Non ci si identifica con la città, con tutta la città. Bologna vuole sì aiutare chi è in difficoltà, ma vuol aiutare anche se stessa attraverso l’emozione. Vuole emozionarsi, non vuole solo pensare all’altrui sofferenza, vuole anche star bene anche attraverso l’affermazione di sè, delle proprie capacità. Come ha fatto tante volte in passato. Non si parlava di giocatori rigenerati a Bologna? Ora di giocatori che sbagliano. O di giocatori che fanno bene ma non basta.
Invece Bologna sa fare gol, Bologna vuol fare gol. E questo gol, questa vittoria ci è stata rubata,  da un po’ di tempo, da troppo tempo.

La squadra non sente questo, la squadra non sente questa emozione. Ci dà dentro, è più combattiva. Ma per l’allenatore. E questo non basta. Deve sentire anche la città. Deve sentire che è fatta dei suoi sette scudetti. Che di qui sono passate persone che arrivavano in porta. Questa cosa non viene sentita. Perché non viene sentita Bologna. Sembra che Bologna sia questa. Sia un eterno rimandare per poi piegare la testa o aspettare regali da qualcuno. Con Donadoni ci si è salvati perché dietro continuavano a perdere. Ricordiamocelo. Questa squadra è troppo chiusa in se stessa. Non si identifica in Bologna. In tutta Bologna. Ma non erano i 3000 tifosi o i 20000 a fare gol. Erano e sono stati sempre i giocatori. Ora è come se ci si aspettasse che qualcuno o qualcosa impedisse di fare gli errori o favorisse i gol, in luogo dei giocatori. Come se ci si fermasse in trance e si perdesse quell’uomo o si facesse il dribbling cretino perché si è in cortile, non in realtà in un campo dove siamo noi giocatori a dover vincere, a voler vincere. Perché in realtà la posta non è sentita nella sua reale importanza. Non è il Bologna che cerca di fare gol perché il Bologna non è sentito. Sono giocatori che giocano in realtà per loro stessi. È un po’ per l’allenatore. Quindi non per la squadra. Il senso della squadra viene dato, proviene, anche solo dall’ indossare una maglia. Chi è che si incazza per l’errore che viene fatto? Chi? Mi sembra nessuno. C’è da essere Bologna, il Bologna. Basterebbe questo. Così come la Juve (anche se sta sul …a tutti per questo, compreso al sottoscritto) è sempre la Juve. Chi indossa la maglia è la Juve, deve essere la Juve.
Basterebbero 4 chiacchiere, quelle giuste, con i giocatori. Quelle 4 chiacchiere che mancano. Perché non vengono colte. E anche l’allenatore ci sta cadendo. Facendo i cambi sbagliati. E aspettandosi che i cambi possano risolvere. Ma continuano ad andare in campo, anche in questo caso, solo i giocatori, non il Bologna. Che non vuole e non può certamente far tremare il mondo, ma che puó emozionare, questo sì”

MICHELE BISATO

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