Il problema della Juve è mediatico: un sistema che danneggia tutto il calcio italiano

Il problema della Juve è mediatico: un sistema che danneggia tutto il calcio italiano

Ennesima sconfitta in finale dei bianconeri, ma il pompaggio mediatico italiano non aiuta il lavoro della società (oltre a inibire la competizione interna in Serie A)

Da Milan-Steaua Bucarest una squadra non subiva quattro gol in finale di Champions. A prenderli è stata la BBC, che già si era esibita in negativo nella finale 2015 e in quella dell’Europeo 2012. Nelle tre finali, Bonucci, Barzagli e Chiellini hanno subito 11 gol. Non pochi per quella che è considerata, dagli opinionisti italici, la miglior difesa del mondo. Ma in tutto questo marasma, il livello della Juve dove può essere realmente collocato? In sintesi, quella in Champions è stata una cavalcata trionfale (sopra le proprie possibilità), oppure la finale ha rappresentato una delusione considerando le aspettative della vigilia?

Al netto degli arbitri (da valutare le sfide con Inter, Milan e Toro, che hanno di fatto portato allo Scudetto), l’assoluto pompaggio mediatico ha prodotto un effetto inverso nella mente dei giocatori della Juve. Le cavalcate impressionanti in campionato e Coppa Italia hanno portato ad una esaltazione sopra le righe che alla fine si è ritorta contro: l’umiltà juventina e l’arroganza madridista si sono capovolte in finale. I bianconeri pensavano di andare incontro alla giornata storica, inconsciamente si sono sentiti troppo superiori rispetto a chi, superiore, lo è davvero. Ecco allora che a fronte di uno Scudetto vinto ‘solo’ alla penultima giornata – di conseguenza non dominato letteralmente anche se mai in discussione – una Coppa Italia frutto anche di un arbitraggio discutibile con il Napoli e una cavalcata Champions gasata dall’impresa contro il Barcellona, la Juve si è riscoperta nuda in finale. Perché? A forza di titoloni e opinioni (Ronaldo farebbe panchina alla Juventus, Dybala meglio di Messi), i bianconeri sono stati sovraesposti a troppi complimenti, quando il difficile doveva ancora arrivare. Se in Italia, in linea del tutto teorica, non ci sarebbe competizione con le rivali, in Champions sì: ma la Juve ha probabilmente incontrato uno dei più deludenti Barcellona di sempre, e quel successo (meritatissimo), ha prodotto una ridondanza di elogi controproducente. Luis Enrique non è riuscito a neutralizzare Dybala, il Real e Zidane sì, comprendendo come dall’argentino dipendesse una parte importante dei successi bianconeri. Inutile parlare di Higuain, che nelle partite che contano spesso è latitato in una carriera al di sotto delle sue potenzialità tecniche. Da qui si comprende come la marcia sia doverosamente da applaudire, ma anche sottolineando un aspetto non indifferente per un club come i bianconeri: spesi 135 milioni per Higuain e Pjanic, i risultati sono rimasti i soliti, di Triplete non c’è traccia.

E’ il giornalismo che dovrebbe fare mea culpa, perché evidentemente la tattica del titolone non aiuta la stessa Juventus, che ogni anno si ritrova la pressione di dover vincere una Champions non essendone realmente pronta. Il vero valore si disperde nei meandri della critica, troppo propensa a glorifiare pregi senza analizzare eventuali difetti: quelli che poi in finale immancabilmente esplodono in tutto il loro fragore. Esattamente come la BBC crolla spesso quando conta, Higuain non è il giocatore che ti fa vincere una Champions e il Cuadrado fenomeno della Serie A lascia spazio ad uno più nei ranghi in Europa. Perché non ci si è chiesti come mai la Juve non avesse un vice Higuain o un vice Dybala? Perché non si fa mai riferimento alla mancanza strutturale nelle grandi partite della BBC (complice anche l’età anagrafica) e dell’assenza totale di una vera mentalità vincente quando le pressioni aumentano? Soprattutto, perché la Juve non riesce mai ad adattarsi, quando conta, al metro arbitrale estero, completamente diverso da quello italiano? Continuare a concedere dieci uomini attorno a un arbitro ad ogni fischio contrario non è il modo migliore per preparare la Juve in Europa. Inoltre, resto convinto che una maggiore competizione interna sia propedeutica ai grandi successi fuori dai confini, esattamente come accadeva negli anni ’90 e nei primi anni duemila. Se la Juve, con il suo corteo mediatico, cercherà ancora di inibire la competitività della massima serie italiana, continuerà a pagare dazio in Champions, la vera ossessione di questo club. Se si proseguirà ad applaudire a senso unico per il sesto Scudetto consecutivo, non capendo che il dominio non c’è stato e che ci sono state squadre che hanno giocato meglio (Napoli) non si riuscirà mai a migliorare i difetti cronici della Juve. In Italia si può vincere con la difesa, senza cartellini rossi per una intera stagione e speculando su poveri e indifesi avversari, ma in Europa quasi sempre si vince con il bel gioco, con una identità ben precisa e collettiva e non pompata senza ragion veduta. Da una finale non si esce a mai ‘a testa alta’ (cit. dopo Barcellona-Juve 2015) se si ha l’obiettivo di vincere. Se il successo è l’unica cosa che conta, ogni volta che si perde è necessario migliorare i difetti senza esaltare in maniera spropositata i pregi. Vincere in Italia è diventata una normalità ma i giornali glorificano inopinatamente un unicum e una leggenda che non esistono, mentre tutte le volte che si perde in Europa partono le attenuanti e i complimenti del caso. Se la campagna acquisti estiva è stata portata avanti con il chiaro intento di vincere in Europa, perché mai si continua ad applaudire nonostante l’obiettivo risulti fallito? Meglio volare bassi, e sorprendere tutti quando nessuno se lo aspetta. Infatti, i bianconeri sono stati più vicini a vincere due anni fa, quando nessuno poteva immaginarlo…

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