Grazie Simone, di tutto (ma la plusvalenza non è per forza un male)

Grazie Simone, di tutto (ma la plusvalenza non è per forza un male)

Verdi ufficializza il suo passaggio al Napoli, a Bologna si scatena l’inferno ma le plusvalenze rappresentano il nuovo modo di gestire la macchina calcistica

di Manuel Minguzzi, @manuel_minguzzi

E’ bastato che Verdi pronunciasse una semplice frase ‘ho accettato Napoli‘ per scatenare un putiferio. E dire che la cessione era nell’aria da tempo, per cui nessuna novità con cui scorticarsi l’animo con ingastrimenti vari. Che Simone Verdi, nella mente dei dirigenti di Casteldebole e del proprietario, fosse la plusvalenza da cui reinvestire e sistemare i bilanci era noto. Allora perché tutto questo stupore?

Ma è inutile soffermarsi su questo, c’è chi non digerirà mai la cessione (e non vorrà farlo di proposito), c’è chi magari tra qualche settimana non ci penserà più e chi riuscirà ad andare ugualmente avanti. Ora servirebbe guardare oltre, analizzare le cose per quello che sono e non sulla base dell’umore proprio o della piazza. Innanzitutto a Simone va detto un enorme grazie, per il suo rendimento in campo e in generale per aver acceso la luce della passione in un biennio che ha riservato alla piazza pochissime soddisfazioni, se non appunto quella di vedere un giocatore dall’enorme talento sbocciare. In secondo luogo, però, occorre capire che i meccanismi del calcio moderno impongono una azione basata proprio sulla plusvalenza. E quella del Bologna su Verdi è faraonica, anche se all’apparenza 20 milioni non la farebbero sembrare tale. Perché? Semplice, il ragazzo è stato acquistato due anni fa a 1.5 milioni di euro, significa che dopo due anni il costo di acquisto è quasi tutto assorbito dalle quote di ammortamento, questo consente praticamente al Bologna di fare una plusvalenza vera di circa 20 milioni nonostante la percentuale al Milan.

Ora, le plusvalenze hanno una duplice valenza, quella di sistemare i bilanci delle società e al tempo stesso consentire alle stesse di investire sul mercato. Questo meccanismo viene spiegato molto bene in un articolo di ‘Ultimo Uomo‘ datato 9 maggio 2017. Nel pezzo (che trovate QUI) si legge quanto segue. Nel periodo che va dalla sessione di mercato estiva del 2012 alla sessione di mercato invernale del 2017 la squadra che ha incassato più soldi con le plusvalenze è stato il Napoli (225,9 milioni), seguito nell’ordine dalla Juventus (217,5 milioni), dalla Roma (209,2 milioni), dalla Fiorentina (109,2 milioni), dall’Inter (108,4 milioni), dal Milan (100,4 milioni). Perché questo passaggio? Anche qui la risposta è semplice: anche le big fanno plusvalenze per sistemare i bilanci, figuriamoci le società medio piccole che non godono nemmeno di ampi ricavi…

Ma proseguiamo con Ultimo Uomo, stavolta con un passaggio preciso sulla Roma, ai tempi amministrata da Sabatini: Pur non avendo mai incassato una plusvalenza maggiore di 28,3 milioni per un singolo giocatore, la Roma ha potuto far fronte anno dopo anno a ricavi probabilmente inferiori al potenziale societario (basti pensare che manca da anni un contratto con un main sponsor che affianchi la società con il suo marchio sulle magliette) reinvestendo sul mercato i frutti del lavoro di Sabatini e riuscendo a creare una squadra il più delle volte molto competitiva. In sintesi, se ci sono idee, la plusvalenza aiuta anche il potenziamento del valore di una rosa. Aggiungo io, che pure la ricchissima Juve agisce di plusvalenze. Vidal (2015/16, 36,7 milioni), Morata (2016/17, 15,9 milioni), Pogba (2016/17, 96,5 milioni) e Bonucci 2017/2018, 39.5 milioni). L’articolo di Ultimo Uomo chiude con le conclusioni: Si nota insomma un’evoluzione nelle strategie societarie. Se un tempo la carenza di giocatori di valore rendeva quelli presenti un patrimonio da salvaguardare, oggi si adotta una strategia più aggressiva: per alzare l’asticella degli acquisti ci si pongono anche meno problemi quando è il momento di incassare da qualche cessione eccellente. Le plusvalenze, anche per la migliore squadra italiana, sono il “volano” per restare competitivi. Volendo chiudere il ragionamento, da un lato c’è l’enorme dispiacere per aver ceduto il giocatore più forte della rosa rossoblù, ma dall’altro, se i dirigenti avranno le idee giuste, ci sarà la possibilità di potenziare il club anche se all’apparenza potrebbe non sembrare così. Il concetto più volte espresso su queste colonne resta tuttora il medesimo: a Bologna non c’è un problema di investimenti e di soldi, ma di idee.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy