Diritti tv: ecco perché si può cambiare

Diritti tv: ecco perché si può cambiare

A febbraio 2017 l’asta per la cessione dei diritti tv per il triennio 2018-2021, il Bologna guida l’ala riformatrice: stavolta si può andare a segno

Il Bologna alla ricerca di 15 voti per cambiare le cose. Da una diversa ripartizione dei diritti tv il Bologna può ricevere una notevole spinta propulsiva per l’attacco all’Europa, fino a 8-10 milioni di euro in più l’anno. L’obiettivo è colmare il gap tra la Juve e le piccole della Serie A, che a volte tocca gli 80 milioni di euro. In questi termini, è palese come la partita sia impari e leggende come quella del Leicester risultino impossibili. Basti pensare che la squadra di Ranieri gode di un fatturato di livello (tra le migliori 30 d’Europa), mentre il Bologna, come quasi tutta la Serie A, naviga nei bassifondi.

Finalmente anche in Lega inizia a serpeggiare la necessità di riformare il calcio italiano, renderlo più competitivo, appetibile per i mercati esteri. La Premier ha toccato il record nell’asta di cessione dei diritti tv superando il miliardo di euro, un obiettivo a cui punta anche l’Italia ma ci riuscirà solo se sarà in grado di offrire uno spettacolo più simile a quello degli anni ’90, in cui la Serie A era il campionato più importante al mondo. E per offrire un colpo d’occhio televisivo importante serve maggiore competizione e stadi più pieni. Proprio questi ultimi due aspetti stanno mancando alla Serie A che nella stagione 2015/2016 ha visto un ulteriore calo dell’affluenza negli stadi e un ridimensionamento degli ascolti televisivi. D’altronde, sia allo stadio che in tv, vedere Carpi-Frosinone non è proprio il massimo. Il fatto che la Lega possa essere pronta ad una riforma è testimoniata dalla presa in considerazione di due aspetti fondamentali delle leghe europee: in Inghilterra non tutte le partite vengono trasmesse in tv e in Spagna è presente uno spezzatino proprio per evitare sovrapposizioni che tolgano spettatori dalla tv.

L’Italia sta scegliendo una fusion tra le due cose: spezzatino dal sabato al lunedì, contemporanea di partite solo la domenica alle 15 che, per favorire il riempimento degli impianti, non verrebbero trasmesse in tv. E quella delle 15 di domenica è la fascia più povera di presenze negli impianti, alla faccia di tutti quelli che vorrebbero più gare in quell’orario. Ovvio, in contrapposizione a questa riforma ci sono i club che più guadagnano dai diritti tv e che non vogliono vedere depauperato il loro fatturato. Togliere una quarantina di milioni di euro alla Juve non sarà facile, ma dalla parte del Bologna ci sono grandi club come Inter, Roma e Napoli, e la compagine riformatrice è già a quota 10. Ne mancano 5. Si sa, la Juve in questi anni ha fatto sempre la voce grossa e con tutti i giocatori che dispensa in prestito potrebbe facilmente dragare voti, ma resta il fatto che 7-8 milioni di euro in più nelle casse di ognuno dei club più piccoli non può essere pareggiato dal prestito di un giovane talento. C’è di più, con il paracadute fissato per i club retrocessi, scendere in Serie B non fa più così paura tanto da doversi massicciamente appoggiare ad una casa madre. Mettiamoci nei panni del Crotone, ad esempio: chiedendo giocatori in prestito alla Juve, elementi di spessore ma con poco spazio a Torino, potrebbe anche salvarsi, ma economicamente sarebbe sempre con l’acqua alla gola. Se invece arrivassero 10 milioni di euro in più nelle casse, anche il Crotone potrebbe investire su un patrimonio tecnico di sua proprietà, da fare crescere e maturare, generando eventualmente future plusvalenze. Se non si dà modo ai club di investire è logico che il potere rimarrà sempre nelle mani di pochissimi (svalutando l’intero campionato) se invece tutti avranno la possibilità di programmare, la Serie A diventerà più appetibile e più equa. Ecco perché si può davvero riformare il calcio, il muro può cadere, prospettando un futuro economico più stabile per tutti, un campionato in cui ad emergere saranno le società che avranno meglio lavorato e non solo le più ricche. E che ci sia del movimento è testimoniato dal fatto che Mediaset, alle prese con la mancata cessione di Premium a Vivendi, preme per ritardare l’asta, Infront rimane in guardia su quanto succede in casa ‘Biscione’ mentre dall’altra parte Sky chiede immediata chiarezza. In Parlamento, da tempo si ragiona su una modifica della Legge Melandri, l’idea è proprio quella di rivedere il ruolo di Advisor da parte di Infront, segno che comunque qualcosa si sta muovendo: cambiare le cose non è più così impossibile.

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