Questa strana malattia chiamata calcio

Questa strana malattia chiamata calcio

Gaetano Pellegrini psicologo-psicoterapeuta

Con l’anticipo di oggi, il Bologna torna al Dall’Ara e dà il via al girone di ritorno per questo sport che mescola timori e speranze in maniera talvolta crudele. Verrebbe da chiedersi se sia il caso di smettere, ma una cura per questo malanno non è ancora stata inventata. Conoscevo un tale che seguiva le partite in tv togliendo l’audio. Stava praticando una sorta di auto-terapia, i cui effetti poi non ho più saputo. A volte però il diavolo (quello “vero”, non quello calcistico) ti bussa alla porta di casa. È successo qualche tempo fa, una domenica sera. Ho incontrato in una nota trattoria del centro due giocatori del Bologna a cena con le proprie compagne. L’effetto è stato toccante, come può ben confermare chiunque si sia trovato naso a naso con un proprio beniamino. Seppure all’inizio non mi fossi accorto della singolarità dell’incontro e avessi accolto le due coppie nella piccola sala con uno sguardo distratto, continuando a parlare con gli amici al mio tavolo, in breve tempo alcune parole nel loro discorso attirarono la mia attenzione. Non so dire se fosse qualcosa di riferito alla partita giocata nel pomeriggio (contro il Palermo), oppure il nome di un giocatore a me caro  da loro pronunciato a voce più alta e forse con tono critico (ciascun tifoso ha le proprie identificazioni), ma tant’è che in un istante venni a trovarmi in una condizione perturbante: i due soggetti seduti al tavolo accanto appartenevano intimamente al mio mondo e tuttavia non lo riguardavano affatto. Le loro azioni e le loro intenzioni avrebbero inciso sul tono del mio umore nel mattino dopo, seppure non ci conoscessimo e nemmeno ci fossimo mai visti prima. La ragazza, una delle due, disse qualcosa sulla Punta che aveva tolto il posto in rosa al proprio partner e l’altra le andò dietro, rinforzando l’idea che anche il Centrocampista che aveva sostituito il proprio fidanzato si stava mostrando al di sotto delle aspettative. I due beniamini annuirono, pur mitigando i toni, e si mostrarono sostanzialmente d’accordo con i pareri appena espressi. Caso volle che proprio quella domenica il Bologna avesse donato alla città l’inebriante e rara esperienza di una netta vittoria. E per giunta sentivo il mio più sincero disaccordo con loro, fino a scoprire di non volerli vedere titolari per parecchio tempo.

Ma che c’entravo io con tutto questo? Il cameriere ammiccava compiaciuto, portandomi i tortellini che avevo ordinato. C’era da credere che fosse soddisfatto più dagli ospiti che dal brodo, pure buono a onor del vero. Ma in me qualcosa era successo, che a quel punto mi era difficile ignorare. Quelle due persone, così note e tuttavia così ignote, rappresentavano il punto di confine tra una porzione del mio mondo interno e un aspetto della realtà pubblica. Se chiudevo gli occhi ritornavano ad essere quella cosa che mi fa arrabbiare o gioire ogni domenica, ma se li aprivo diventavano qualcosa di diverso e di impensabile: degli esseri reali. Chi sia stato al Louvre e abbia visto la Monna Lisa può averne un’idea. Quella figura, tanto famosa da essere un’icona pop, se ne sta dietro a un vetro come una star dentro un televisore. Ci si può avvicinare, fan permettendo, e pure scattarle una foto. Ma l’impressione è quella di un rassicurante già noto. Lei sta lì, fa quel che ci si aspetta, e noi la guardiamo, provando quel che ci si immagina si debba provare. Ma cos’accadrebbe se il vetro scomparisse e noi potessimo posare un dito su quel sorriso enigmatico? Ho il sospetto che quell’enigma ci attraverserebbe e saremmo assorbiti dalle nostre private associazioni. Quella bocca e quegli occhi, così ambiguamente ricurvi, magari ci ricorderebbero una nostra parente. E quel paesaggio alle sue spalle, una campagna attraversata in gita da bambini. La Gioconda diventerebbe un po’ nostra zia e nello stesso tempo rimarrebbe il ritratto più famoso al mondo. Qualcosa di intimamente reale e insieme profondamente fantastico.

Quella sera, finiti i tortellini e qualche bicchiere di vino me ne sono tornato a casa, salutando gli amici ma portandomi via le mie sensazioni. A volte forse il calcio è una malattia. Ti prende la mente, ti modifica l’umore, sa giocare con i tuoi pensieri come un’amante un po’ sadica e generosa. Sarebbe il caso di smettere. Il problema è capire se con la Gioconda o con la zia.

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