La paura di fallire

La paura di fallire

«I was not afraid to fail and that was the key». Queste le parole più significative pronunciate da John Degenkolb al termine della Parigi-Roubaix, la Regina delle Classiche, vinta meritatamente dal forte ciclista tedesco, già trionfatore quest’anno alla Milano-Sanremo. Parole che mi hanno subito fatto pensare alla situazione del Bologna, che da un paio di mesi a questa parte, al contrario dell’incontenibile Degenkolb, sembra avere addosso una fottuta paura di fallire.

Un paura palpabile a tutti i livelli: dalla dirigenza allo staff tecnico, dai giocatori alla tifoseria, il sentimento predominante è il timore di non riuscire a centrare la tanto agognata promozione; un obiettivo che a gennaio pareva una pure e semplice formalità e che invece adesso, nonostante il Bologna sia ancora tutto solo al secondo posto, pare essere soltanto un lontano miraggio. Sul banco degli imputati c’è sempre lui, Diego Lopez, che in queste ore, dopo l’ennesima brutta figura rimediata a Brescia, sembra essere più vicino che mai all’esonero. Certamente il tecnico uruguaiano, inviso alla piazza dal suo arrivo sotto le due torri, ha le sue colpe, ma la responsabilità dell’involuzione di gioco, di corsa, di testa che la squadra ha avuto praticamente in tutto il girone di ritorno non può essere tutta sua.

Dopo essersi orgogliosamente e ottusamente impuntato su posizioni che è poi stato costretto a rivedere, nelle ultime settimane Lopez ha cercato di dare un nuovo volto al Bologna, rinnegando la difesa a 4 per cui aveva fatto una sorta di professione di fede e cercando nuove soluzioni tattiche che potessero rendere meno prevedibile il gioco della propria squadra. L’illusione è durata lo spazio di una partita, quella contro il Livorno, ma dopo una mezzora incoraggiante contro l’inarrestabile Carpi il Bologna si è smarrito di nuovo, incapace di reagire – se non per inerzia – a qualsivoglia difficoltà.

Probabilmente Lopez non è in grado di far rendere al meglio i giocatori a propria disposizione, forse l’allenatore e il suo staff hanno clamorosamente toppato la preparazione fisica invernale, ma quel che ai miei occhi è inconfutabile è che questa squadra sia sgonfia prima di tutto da un punto di vista psicologico. Non ci sarebbe nemmeno da sorprendersi, visto tutto quello che questo gruppo ha dovuto superare negli ultimi mesi, ma non può essere un caso se l’involuzione della squadra sia coincisa con il cambio di aspettative che il mercato di gennaio ha portato con se.

La squadra, anziché fame di vittoria, ha avuto paura di fallire, e si è progressivamente ripiegata su se stessa, anche condizionata dal montante malcontento intorno alla figura di Lopez. Una figura chiave, che Fenucci, Corvino e Di Vaio hanno deciso di difendere a spada tratta, ma che per forza di cose ha finito per deresponsabilizzare un gruppo che inconsciamente non è più più riuscito a dare il 100%. Sinceramente non so se cambiando allenatore le cose sarebbero andate meglio, ma la scelta della società di continuare con Lopez, un parafulmine perfetto in caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo, mi fa pensare che anche la dirigenza, in fondo in fondo, abbia avuto paura di fallire.

E chi ha paura di fallire, si sa, alla fine della fiera finisce puntualmente e inevitabilmente per fallire. Sette giornate sono lunghe, il tempo per cambiare il corso degli eventi c’è tutto. Quali che siano le decisioni della dirigenza, di Lopez o di chiunque altro, l’importante sarà avere il coraggio di prenderle, certe decisioni, senza avere paura che le cose vadano storte. Da qui a maggio il Bologna, tutto il Bologna, non dovrà più avere paure di fallire, ma voglia, fame, brama di vittoria.

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