L’ultima follia di un anno da matti

L’ultima follia di un anno da matti

Retrocesso, penalizzato e a un passo (forse anche meno) dal baratro. Ricco, ambizioso e a 90’ dal ritorno in Serie A. Ne è passata di acqua sotto i ponti nell’ultimo anno e il Bologna, da quello che era poco più di 365 giorni fa, si è trasformato in qualcosa che allora non sembrava nemmeno lontanamente immaginabile. Ieri al Dall’Ara, presente insieme ad altri 3000 tifosi pronti a prendere la squadra per mano a 48 ore dalla sfida dell’anno, ho ripensato a un’altra adunata, quella precedente la sfida-salvezza contro il Catania di 13 mesi fa, e a tutto quello che da allora è successo al nostro amato Bologna.

Siamo morti e risorti (sportivamente parlando, si intende) almeno una decina di volte da quella disgraziata partita (specchio fedele di una stagione infernale) che al Dall’Ara sancì la retrocessione in B dei rossoblù. Pur penalizzato di un punto, il Bologna si iscrisse quasi per miracolo al campionato cadetto, affidando la ricostruzione a un avvocato napoletano, tale Filippo Fusco, che accettò senza alcuna certezza sul futuro della società. Tutt’altro che indimenticabili i primi giorni del nuovo d.s. al timone del Bologna: Diego Lopez e non Zdenek Zeman (come promesso) a guidare la squadra e giocatori svenduti pur di salvare la baracca. Solo più tardi ci saremmo accorti che quelli messi a segno furono più degli affaroni che delle disgrazie, ma allora non potevamo saperlo.

Come non potevamo sapere che una squadra data per morente a breve (15 settembre? 15 ottobre? gennaio 2015?) sarebbe passata nelle mani della proprietà più ricca della storia della società. Tra cordate austro-romane, ritorni di fiamma del tycoon trevigiano del caffè e fidejussioni così così in mano al nuovo Presidente Tacopina, alla fine è emersa poco per volta la figura mitica del Chairman Joey Saputo: uno che, quando non sa cosa fare, prende un aereo da Montreal a Bologna per cacciare montagne di pilla nel suo giochino chiamato Bologna Football Club 1909. Roba da baciarsi i gomiti ogni volta che si pronuncia il suo nome.

Nel frattempo, una squadra nata tra mille difficoltà (ve la ricordate la sconfitta con L’Aquila in Coppa Italia? Le amichevoli con Sassuolo e Rimini?) e nello scetticismo generale (“Non siamo mai risaliti dopo una retrocessione, anzi, sono più le volte in cui siamo sprofondati in C”, dicevano i soliti gufi rossoblù vestiti) pian pianino trovava la formula giusta per risalire la classifica e piazzarsi stabilmente ai piani alti della classifica, sorprendendo anche i più ottimisti. L’avvicendamento Fusco-Corvino alla guida tecnica e il mercato più scoppiettante degli ultimi anni (6 acquisti definitivi e almeno un altro paio, da sogno, solo sfiorati) ci avevano fatto toccare la Serie A con un dito. La realtà però, ancora una volta, si sarebbe rivelata ben diversa.

La crisi di fine anno e l’addio alla promozione diretta è storia recente. Quella che pareva una condanna – la partecipazione ai playoff – si sta invece rivelando come l’occasione per rinsaldare (o per far riemergere) l’amore di una città passionale come Bologna per la propria squadra. Ne abbiamo passate di cotte e di crude negli ultimi 13 mesi (e anche più), abbiamo assistito a tutto e il contrario di tutto nel breve volgere di una stagione e ora, alla vigilia della partita dell’anno, dobbiamo augurarci che negli ultimi 90 minuti di questa pazza stagione non succeda nulla di nulla, perché questo significherebbe la realizzazione di un sogno, la promozione in Serie A.

Ma voi ve le immaginate 30mila persone felici come non mai dopo uno 0-0 senza neanche un tiro in porta? Io no, lo ammetto, ma dopo tutto quel che è successo negli ultimi tempi sotto le Due Torri non mi sorprenderei per così poco. Anzi, spero proprio che vada a finire così

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