Il Cuore Rossoblù e la strategia dell’Azienda Bologna FC

Il Cuore Rossoblù e la strategia dell’Azienda Bologna FC

Siamo alla vigilia di Milan – Bologna, una lotta “impari” che tuttavia ci ha regalato qualche gioia in passato (dal pareggio di Ramirez nel 2012 alla vittoria targata Di-Vaio del 2008). Questo gennaio il calciomercato riparatore sta dando pochissime soddisfazioni al “cuore rossoblù”, anche se il cuore dei nostri eroi ci ha regalato una notte magica nella sfortunata partita con l’Inter. Ma come può una squadra come il Bologna FC – confrontarsi con le possibilità di squadre come Inter o Milan?  La mia tesi è che il cuore rossoblù  non si può “comprare”, che la dirigenza non può, e probabilmente non deve soddisfare l’appetito dei tifosi solo con mirabolanti acquisti. I tifosi non possono quindi pretendere grandi nomi, ma devono invece pretendere invece una gestione seria ed oculata del Bologna calcio, proprio come un’azienda seria.

Diciamocelo, la piazza è media, i diritti Tv sono risicati, la proprietà non ha sicuramente le possibilità di investire di un Berlusconi. In attesa di un magnate che probabilmente non arriverà, la strada migliore è la proprietà diffusa e una seria gestione aziendale. Cosa fa un’azienda illuminata nei periodi di crisi? Sostanzialmente fa due cose: taglia i costi inutili cercando di tenere in ordine i conti, ma investe con coraggio sul suo futuro con un progetto strutturato, ad esempio raddoppiando gli investimenti in Ricerca e Sviluppo.

Parliamo di costi: non c’è dubbio che per una squadra come il Bologna la rosa sia inutilmente troppo ampia. Ben 31 giocatori, quasi come il Milan, sono decisamente troppi, e gravano per 57 milioni di euro sul bilancio (quasi il doppio del Siena). Spesso i giocatori hanno caratteristiche analoghe e risultano poco/non impiegati (pensiamo solo a Pulzetti, Gimenez, Paponi, Motta, Pazienza, Carvalho, Riverola, Abero e Curci), con il risultato che si svalutano ulteriormente. Cosa fa un azienda in queste situazioni? Cerca ahimè di tagliare i costi del personale, facilitando “l’outplacement” dei propri dipendenti. Il Bologna dovrebbe prima di tutto concentrarsi su una politica seria di cessione di alcuni giocatori chiaramente in esubero e in sovrapposizione.

Parliamo degli investimenti sul futuro, che per un’azienda produttrice sono investimenti in Ricerca e Sviluppo. Per ridurre l’indebitamento, il Bologna ha tagliato alcuni investimenti (gli acquisti di giocatori di buone speranze) e venduto talenti (Ramirez), abusando della formula del prestito secco.

Purtroppo questa strategia risulta miope: investi sicuramente meno e risolvi un problema di breve. Purtroppo, proprio quando il giocatore si afferma, segna e diventa importante, morale: sei costretto a lasciarlo andare perché non te lo puoi permettere. Sarebbe come se un’azienda che, ad esempio, disegna e produce macchine a controllo numerico computerizzato, e si affidasse solamente a consulenze di società esterne di ingegneria, pagandole a caro prezzo e smettendo di investire su alcuni ingegneri di talento per continuare la sua R&D  (cuore dell’azienda per mantenere la competitività). Questo è certamente un discorso lungo, ma è chiaro che una società come il Bologna deve necessariamente investire di più su assets strategici: il vivaio, il settore giovanile e attraendo solo veri giovani talenti (di proprietà) e smettendola con la strategia miope del prestito secco.

In sintesi, credo che l’Azienda Bologna FC possa fare ancora tanto per appagare le esigenze dei tifosi (che hanno un cuore rossoblù grande come una casa): non tanto con il denaro, ma soprattutto creando una strategia seria di taglio dei costi ridondanti, abbinata all’aumento degli investimenti sul futuro, nei vincoli di una sana gestione aziendale.

Allora si che il cuore rossoblù e i tifosi, almeno quelli un po’ più illuminati, saranno appagati da un progetto strategico serio e di ampio respiro.

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