Calcio alla deriva, il vecchio sistema non funziona più

Calcio alla deriva, il vecchio sistema non funziona più

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Dopo gli ultimi scioccanti avvenimenti accaduti nel mondo nel calcio, cui il mondo rossoblù non è esente, la domanda sorge spontanea: chi comanda nel calcio? La risposta più ovvia fino a qualche anno fa sarebbe stata i grandi club, capaci di annientare la concorrenza per vari motivi. Attualmente, chi comanda davvero sono i calciatori e i propri procuratori. Lo abbiamo visto recentemente a Bologna con Diawara, alla Lazio con Keita, ma non possono essere considerati solamente due casi isolati. Oramai i famosi “mal di pancia” sono all’ordine della settimana e quasi tutti i club soffrono situazioni simili, in cui l’uomo mercato si impunta e prova a forzare la mano per cambiare casacca o semplicemente per guadagnare più soldi. Penso sia palese: il sistema attuale non funziona più, bisogna studiare strumenti in grado di proteggere e aiutare le società professionistiche.

E sto parlando di un sistema in cui Wanda Nara ha rischiato seriamente di compiere un vero casino in casa Inter, uno dei club italiani più blasonati al mondo. Wanda Nara, ripeto.

Il vero problema risiede nell’idea che il contratto vada rispettato in maniera unilaterale: la società garantisce, il calciatore chiede, punta i piedi, pretende. Perché è giusto pensare di meritare un aumento nel caso in cui si cresca di importanza all’interno di un insieme, ma non è possibile rinnovare contratti – verso l’alto – ogni 4/5 mesi.

E nel caso in cui il calciatore, una volta ottenuto il fatidico aumento, non rispettasse gli standard richiesti? Ovviamente guadagnerà la somma pattuita, fino all’ultimo centesimo dell’ultimo giorno di contratto. Pare evidente che, ormai, i contratti firmati siano poco più di un semplice pezzo di carta. Firmando un contratto fino al 2020, la logica vorrebbe che il patto venisse rispettato sino a tale data, e se esiste la possibilità di un ritocco maggioritario, dovrebbe anche esistere la possibilità di ritoccare verso il basso lo stipendio del calciatore. Un esempio, ma il sistema non funziona più e urge una riforma efficace che copra i difetti creati da una struttura mandata avanti a forza di cucci, spintoni e tentativi.

Desidero prendere il caso Diawara come esempio, poiché la situazione è chiara e conosciuta da tutti i nostri lettori. In questo momento, qualunque decisione presa dalle alte sfere rossoblù porterà pro e contro in equal misura. Vendere Diawara? Non solo significherebbe una vittoria per il giovane centrocampista e il suo entourage, ma potrebbe creare un precedente e innescare un circolo vizioso per ogni giovane desideroso di monetizzare al massimo il proprio talento. Questa possibilità difficilmente sarà in grado di portare benefici importanti a livello di bilancio. Trattenere con la forza Diawara? Il Bologna calcio perderebbe un’occasione unica di effettuare un possibile upgrade e svaluterebbe in maniera significativa il proprio patrimonio, pur spedendo un segnale di forza e non rimettendoci particolarmente a livello di monte ingaggi. Nessun vantaggio tecnico, nessun vantaggio economico. L’unico modo per uscirne da vincitori sarebbe cedere il ragazzo a prezzo pieno, un’ipotesi davvero complicata ad oggi considerando la relativa svalutazione dovuta alla particolare situazione di un fuori rosa (solo così potremmo definirlo attualmente).

Una situazione definita ‘AWOL’ in UK, dove si presuppone sia attualmente il ragazzo, in cerca di società con cui intavolare un discorso serio e fruttuoso: diversi club di Londra sono da segnalare su Amadou (Chelsea e West Ham in prima fila).

Forse saranno parole al vento, ma va preso atto di ciò che non funziona nel sistema calcio italiano, in primis per consentire ai club, in un momento storico particolarmente difficile, di non esser messi spalle al muro da ragazzini di 18 anni.

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