Alzare l’asticella? Le prossime gare ci diranno chi siamo veramente

Alzare l’asticella? Le prossime gare ci diranno chi siamo veramente

I risultati e le prestazioni maturate nelle ultime cinque partite di campionato ci espongono ad un classico quesito, ma il valore del gruppo non è ancora ben definito. E all’orizzonte si prospettano quattro sfide verità.

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Off topic: se penso a domenica, godo ancora. Off topic chiuso.

Quando ho visto i leoni cacciare durante un safari, ho pensato alla mia squadra: meglio essere cacciatori che essere cacciati”.

Le conferenze stampa, in ambito calcistico, non regalano di norma grosse emozioni: perlopiù banali e gonfie di frasi fatte, parole di circostanza politicamente corrette. Esistono ovviamente le eccezioni, leggasi alla voce Mourinho, Conte e simili, non semplici conferenze stampa ma veri momenti di showtime capaci di coniare tormentoni indimenticabili. In tal senso, una delle regine delle frasi fatte degli ultimi anni rossoblù è una rinomata gufata di Pioli, la celebre ossessione “Alziamo l’asticella”. Già, una gufata clamorosa perché a fine anno il Bologna retrocesse malamente dopo due stagioni brillanti, condite da istanti che resteranno per sempre nella storia di questo club. Al termine delle ultime convicenti prestazioni, l’ossessione comincia a riprendere vigore: alziamo o no questa benedetta asticella? Tracciare un parallelo tra il Bologna di Pioli e quello di Donadoni appare complicato, troppe le differenze, le dissonanze, a partire dalla proprietà e l’esistenza di un progetto tecnico chiaro. Il contenuto, però, è identico: si tenta di sopravvivere, o si cerca di approdare alla tavola succosamente imbastita dai grandi della Serie A?

Questo Bologna non vale il minimo, il gradino più basso della scala, non può permettersi di sognare il 17° posto, credo sia evidente non solo per le qualità mostrate sul campo da gioco da quando Roberto Donadoni dirige il traffico rossoblù, ma anche per i margini di crescita ancora nascosti, inaspettati e imprevedibili. La scarsissima propensione alla vittoria maturata negli ultimi lunghissimi anni aumenta in modo esponenziale l’eco dei risultati ottenuti recentemente. È altrettanto impensabile, però, riuscire a mantenere il ritmo attuale, da zona Champions League, che vede viaggiare i felsinei a 2 punti di media a partita. Guai a dimenticarsi di quanto questa squadra sia giovane, qualità inizialmente additata come difetto. L’immaturità lascerà punti per strada: poco male, è il rischio da correre.

Quattro partite, tre scontri diretti con Genoa in trasferta, Empoli e Chievo al Dall’Ara intervallate dalla sfida contro un Milan di certo non irresistibile. Vorrei ribadire un concetto più volte espresso durante le dirette a Nettuno Tv: nonostante il bottino racimolato per 10 partite sia stato quasi nullo, ora i rossoblù si trovano a navigare in acque mediamente serene, sintomo di un campionato incerto e dai valori scadenti, presenti in special modo nel fondo della classifica. Il nono posto, occupato al momento dal Torino, dista solamente sei punti: basta veramente un minimo strappo per cambiare in maniera radicale il volto della classifica, bisognerà vedere se il fatidico “strappo” avverrà o meno. I restanti quattro impegni di campionato, quindi, ci daranno una dimensione maggiormente precisa del cammino che ci attende, un cammino che non può comunque prescindere dall’obiettivo minimo dichiarato, ossia la salvezza. Salvezza che passa da Genova, in questo caso sponda rossoblù.

Genoa obiettivamente in palese difficoltà, per via di alcune assenze importanti come quelle di Pavoletti, Dzemaili e un Perotti non al meglio, e anche per via di mancanze strutturali figlie dell’ennesima rivoluzione targata Preziosi. Magagne societarie, non solo di natura tecnica. Problemi simili, parlando di indisponibili, li troviamo anche tra le nostre fila: sicuramente mancheranno Masina e Giaccherini, ma gli stati d’animo delle due compagini sono agli opposti. I rossoblù di Gasperini vengono da una sola vittoria nelle ultime sei partite, con tanto di sconfitta interna patita per mano del Carpi, mentre la truppa di Donadoni si è resa protagonista di una prestazione magnifica, stuprando per oltre 50 minuti il Napoli nell’ultimo turno di campionato. Merito soprattutto di Donadoni, certamente, in grado di lavorare proficuamente su un gruppo più ampio di 18-19 giocatori, rispolverando singoli come Brighi e Taider, capaci di elargire il proprio contributo nell’immediato e relegando minuti importanti a Mbaye e Pulgar, capitali della società e probabilmente più utili in chiave futura. Porte aperte a chi ha giocato e gioca meno, maggiore concorrenza interna, di conseguenza il livello inevitabilmente si alza. E non solo: il collettivo si è dimostrato più solido del previsto dimostrando di poter schiantare la squadra più in forma del campionato facendo a meno di uno dei propri top player, spogliando così Giaccherini di molte, troppe responsabilità.

Aspettiamo ad alzare l’asticella, ma godiamoci il momento senza perdere di vista l’obiettivo primario, in attesa del calciomercato. Già, perché la porta di Calleri ha già iniziato a bussare…

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