Kobe Bryant ne fa 60 e saluta l’NBA, e quella volta che Bologna…

Kobe Bryant ne fa 60 e saluta l’NBA, e quella volta che Bologna…

di Tommaso Rocca

Pelle d’oca. La serata appena trascorsa oltreoceano verrà ricordata da tutto il mondo del basket e non solo: Kobe Bryant, il più splendente talento che la palla a spicchi abbia conosciuto negli anni 2000 saluta l’NBA e le lacrime scendono copiose. Dopo 20 stagioni, 33.630 punti, 5 titoli di campione NBA, 18 All Star Game consecutivi e 25 partite con più di 50 punti il “Black Mamba” ha detto basta. Già a fine 2015 il numero 24 dei Lakers aveva annunciato con una commovente lettera il suo addio alla pallacanestro a fine stagione, troppi infortuni e malanni non permettevano più al 38enne Kobe di essere un giocatore del livello a cui tutti eravamo abituati. E così questi ultimi 4 mesi sono stati una sorta di un lungo addio fatto di tributi in ogni arena degli USA, anche in quelle che ha fatto piangere più volte durante la sua fantastica carriera. Quando Michael Jordan salutò l’NBA disse di lasciarla in buone mani con uno come Kobe a raccoglierne l’eredità. Ieri in tutti i social network è stato ribattezzato il #MambaDay, mai a livello planetario si erano viste tante dimostrazioni di rispetto, affetto e ammirazione per un campione che l’epoca del mondo digitale ha contribuito a rendere alla portata di tutti. I ringraziamenti sono arrivati da tutti, dai semplici tifosi con qualche riga su Facebook a atleti di livello mondiale attraverso dediche su scarpe, magliette o accessori vari indossati nel giorno del Mamba. Bryant ha salutato l’NBA dopo 20 stagioni con la stessa maglia, quella gloriosa dei Los Angeles Lakers, magari non più la squadra dei 5 anelli ma per Kobe sempre “la squadra”, a conferma del rispetto anche verso la tradizione di un campione fuori dal comune. E un giocatore come lui non poteva dire addio in una serata normale.

Allo Staples Center contro Utah, formazione ancora in lotta per un posto nei play-off, Kobe ne ha messi 60 (con 50 tiri!), ribaltando una gara che pareva persa facendo segnare un pazzesco Bryant 23-Utah 21 nell’ultimo quarto. Poco distante a Oakland i Golden State Warriors di Steph Curry, ultimo e probabile prossimo MVP della lega, infrangevano il record di vittorie in una regular season NBA battendo Memphis e raggiungendo quota 73 vittorie (su 82) in stagione. Record dei Bulls di Jordan (72-10) che resisteva dal 95/96 polverizzato ma nella serata di Kobe passa anche questo in secondo piano. Il #Mamba Day è sopra ogni cosa, i suoi 60 punti nel 101-96 su Utah sono lì a testimoniare la grandezza di un giocatore che prima ancora con le qualità fisiche e tecniche vinceva con la testa, entrandoti dentro piano piano prima di sferrare il morso letale, quello del Black Mamba, il serpente più veloce e pericoloso del mondo che non lascia scampo.

Compagni ed avversari hanno più volte espresso ammirazione per un vero e proprio fenomeno del gioco del basket; Trevor Ariza, suo avversario e per qualche stagione compagno ha dichiarato: “La prima volta che ho giocato contro di lui, ha segnato 40 punti. L’ultima, ne ha segnati 35. Beh, vuol dire che sono migliorato”. Ieri sera il “Black Mamba” ha salutato tutti dopo una carriera sfavillante che ha le sue origini nel nostro paese e non lontano da Bologna. Il padre Joe “Jellybean” Bryant dopo alcune discrete stagioni in NBA si trasferì per concludere la carriera in Italia. In serie A1 giocò con la Pallacanestro Reggiana negli anni in cui il piccolo Kobe si affacciava al mondo del basket giovanile mettendo già in mostra potenzialità di alto livello per gli standard di quell’età. Joe un giorno disse: “Se Kobe è diventato il giocatore che è oggi, lo deve soprattutto all’Italia: in America si salta e si corre, ma pochi conoscono i fondamentali del gioco”. Un po’ d’Italia nel cuore di Kobe c’è sempre stata, nel 2011 durante il Lockout, ovvero il periodo nel quale l’NBA si fermò perché i giocatori volevano maggiori tutele nei loro contratti collettivi da firmare con la lega più importante del mondo, l’allora patron della Virtus Claudio Sabatini tentò l’impresa: portare Kobe a Bologna. Prima un idea di giocare dieci partite di campionato ufficiali chiedendo alla Lega di far disputare le gare della Virtus solo nei palazzetti più capienti con conseguente divisione dell’incasso di ogni match. Poi si era parlato di un mese, con un contratto che sfiorava i 2 milioni di dollari per avere Kobe a disposizione per le gare in casa e per qualche esibizione europea da concordare. Alla fine i problemi organizzativi e gli ostacoli superarono anche l’entusiasmo e la voglia di Sabatini di vedere Bryant giocare con la maglia della Virtus anche se solo per una partita. Recentemente l’idea di un’esibizione a “Basket City” di Kobe una volta ritirato ha ripreso piede, l’assessore allo sport Rizzo Nervo aveva già messo a disposizione l’Unipol Arena. Sarebbe un grande evento celebrativo perché anche l’Italia possa rendere tributo a un grande giocatore come Kobe Bryant. Dove tutto cominciò tutto potrebbe tornare a prendere vita, anche se solo per una sera, roba da pelle d’oca.

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