Basket City è sparita, di gioioso non c’è nulla

Basket City è sparita, di gioioso non c’è nulla

La retrocessione della Virtus pone definitivamente fine all’epopea di Basket City, il declino degli ultimi 15 anni dovrebbe allarmare ma invece produce gioie istantanee ed effimere.

Prima retrocessione sul campo per quanto riguarda Virtus, c’è sempre una prima volta in ogni cosa della vita: figuriamoci nello sport. Ecco allora che in 87 anni di gloriosa storia una delle perle più importanti del basket italiano piomba in Lega Due. 15 scudetti, 2 Eurolega, giusto per rendere l’idea. E’ come se l’Inter retrocedesse sul campo. Impensabile in teoria, non se si considera il progressivo impoverimento del basket italiano da 15 anni a questa parte. Se nel calcio la ricca sussistenza televisiva fornisce a tutti i capitali per sopravvivere, e alle big per vincere, la torta cestistica è poverissima di introiti e di idee. E così, ai vertici del campionato troviamo nuove realtà senza storia come Trento, Sassari, Cremona, Pistoia, in fondo le blasonate Cantù, Pesaro, Caserta, Bologna. Una classifica al contrario, ed è ancora più eclatante il fatto che la prossima Lega Due vedrà al via vere e proprie ex corazzate della palla a spicchi italica: Virtus, Fortitudo, Treviso, Siena, Roma…Tutto quello che è stato il basket italiano per decenni è sostanzialmente sparito, lasciando spazio solo a chi i capitali ce li ha. Prima Siena ha ammazzato il campionato italiano, l’eredità è stata raccolta da Milano anche se non in maniera così continuativa come l’epopea Minnucci, quella che sostanzialmente ha addormentato e annichilito tutti.

Ma entriamo più nel dettaglio sulla situazione delle Vu Nere. Pochi soldi, certo, ma scelte societarie incomprensibili. La società ha deciso di privarsi prima della competenza di Arrigoni e poi della virtussinità di Villalta: il risultato è stato questo. La stagione nera è stata inoltre favorita dalle tensioni interne, da una parte la Fondazione mandata avanti dai soliti noti ma fallita nella sua idea, dall’altra le frizioni tra Valli e la società per via di alcune scelte tecniche discutibili. Nessuno è riuscito a tenere la barra dritta. Servirebbe il paperone di turno, il Saputo che raccoglie il malato e lo cura a suon di capitali. Ci sarebbe Zanetti ma…non è scemo.

Detto ciò, rimarcando ancora lo scempio virtussino – retrocedere con questo livello era un’impresa, ma ci sono riusciti – occorre far presente che se Atene piange, Sparta non ride. Fanno bene, certo, i tifosi Effe a sfottere chi, per una volta, è retrocesso, ma di motivi per esultare e gioire ce ne sono pochi. La defunta Basket City è passata dai derby di Eurolega a quelli di Lega Due nel giro di 15 anni, solo questo basta a rendere l’idea della crisi profonda che la città attraversa a livello sportivo. Perché se non fosse arrivato Saputo nel Bologna…E allora viene da chiedersi cosa ci sia di euforico nel gioire delle disgrazie altrui, nella spasmodica ricerca della rivincita, della vendetta, dell’emozione di vedere il cugino mal sopportato retrocedere. E vale per tutte e due le parti in gioco. Bologna è passata da città che esulta per i propri successi personali (che siano di sponda V o F) a comunità gaudente se il tuo concittadino crolla. E’ una gioia effimera, basata su una crisi quasi irreversibile e che accontenta momenti istantanei di chi, impossibilitato a vincere, gufa sulla sfiga degli altri. Un male che ha accomunato tutte e due le sponde del Reno e che è sfociato spesso in cambi di marchi, nomi, affiliazioni. Da una parte Sant’Agostino, i Sacrati di turno e via dicendo, dall’altra Castel Maggiore e i Madrigali. Di Bologna non c’è più traccia.

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